Quante volte vi è capitato di vedere un film, leggere un libro oppure imbattervi nelle fotografie di qualcuno e pensare: “voglio farlo anche io”? Compiere lo stesso viaggio, raggiungere quella montagna oppure partire verso un luogo che, fino a pochi minuti prima, non avevate nemmeno considerato come possibile destinazione e che magari non conoscevate affatto. Le storie di viaggio hanno il fantastico potere di non limitarsi a raccontare e portare altrove lo spettatore per qualche ora: possono piantare un seme e trasformarsi nella scintilla necessaria per convincerci ad alzarci dal divano e partire. Il “problema” è che, una volta messi in cammino, replicare ciò che abbiamo visto è spesso difficile o impossibile, visto che lo stesso viaggio, in realtà, è sempre diverso: cambiano le condizioni, le persone e gli imprevisti, mentre quello che pensavamo di trovare potrebbe non avere più alcuna importanza. Ed è proprio lì che, forse, comincia il viaggio vero.
A Jeff Johnson accade qualcosa di molto simile e potete guardarlo con i vostri occhi in 180° South: Conquerors of the Useless, documentario diretto da Chris Malloy e uscito nel 2010. Tutto nasce dalle immagini di Mountain of Storms (Lito Tejada-Flores, Robert Collinson), film che documentava il viaggio compiuto nel 1968 da Yvon Chouinard, Doug Tompkins e alcuni amici dalla California alla Patagonia, tra surf, strada e scalata del Fitz Roy. Molti anni dopo, Johnson decide di partire a sua volta verso sud, questa volta via mare, con l’obiettivo di raggiungere la Patagonia e tentare la salita del Corcovado. Durante il percorso, però, una serie di imprevisti lo costringerà a modificare più volte i propri programmi.
Uno dei motivi per cui vi consigliamo 180° South è il modo in cui riesce a trasmettere il senso più autentico del viaggio: avere una direzione senza conoscere esattamente ciò che troveremo lungo il percorso. Le immagini di Malloy filmano infatti oceani, coste e montagne lasciando spesso spazio all’orizzonte, alla maestosità e alla vastità degli ambienti attraversati dai protagonisti, facendo percepire quanto Jeff sia piccolo rispetto ai luoghi e affascinato da essi. Mantenendo un ruolo visivo così centrale, il paesaggio acquista un’importanza che travalica la semplice bellezza estetica, diventando parte dell’esperienza vissuta dal protagonista e condizionando continuamente ciò che può o non può fare. Se a questo si aggiunge una colonna sonora folk-rock stupenda e molto sessantottina che accompagna il senso di movimento e contemplazione, ecco allora delle immagini in grado di farci entrare veramente nel viaggio raccontato.
Jeff, inoltre, non prova realmente a ricostruire fotogramma per fotogramma l’avventura del 1968. Quello che vuole recuperare della splendida storia dei futuri fondatori di Patagonia e The North Face è piuttosto uno spirito: quello dell’avventura vera e libera, la sensazione di partire con una direzione precisa senza trasformare il viaggio in un semplice spostamento fisico da un punto A a un punto B. Le immagini originali del 1968 forniscono solo l’impulso iniziale, diventando il trampolino di lancio verso un’esperienza che prende una forma personale. Anche per questo vi consigliamo il film: perché mostra quanto ogni viaggio che lascia il segno (e che possa valere la pena documentare) sia quello che prende una propria direzione rispetto al modello preso come ispirazione. Ed è così che Jeff, partito con l’intento di seguire le tracce lasciate da altri, inizia a trovare il proprio viaggio.
La distanza tra ciò che Jeff aveva immaginato prima di partire e ciò che realmente si troverà davanti agli occhi si materializza nella sua interezza durante la navigazione, quando l’albero maestro della barca si spezza e l’equipaggio è costretto a modificare i propri programmi fermandosi a Rapa Nui. Tutti inconvenienti che finiscono per plasmare il vero senso del viaggio, una situazione casuale che rispecchia molto bene l’idea di “avventura” intesa da Chouinard:
La parola “avventura” è ormai un po’ abusata. Per me, l’avventura è quando tutto va storto. È proprio allora che l’avventura ha inizio.
180° South accoglie pientamente questa idea e lascia che l’incidente in barca apra una nuova parte del viaggio. Il vero cuore.
La permanenza forzata sull’Isola di Pasqua permette a Jeff di conoscere Makohe, fare surf in un luogo da sogno (le immagini di queste sequenze sono un’autentica meraviglia) e stringere rapporti che non avrebbe potuto prevedere prima della partenza. Quella che inizialmente sembrava soltanto una deviazione diventa così una parte fondamentale dell’esperienza. Qui acquista particolare forza un’altra delle frasi che più rimangono impresse del documentario sul concetto di viaggio:
I viaggi più belli sono quelli che rispondono a domande che all’inizio non avresti nemmeno pensato di porre.
Una deviazione, una scelta improvvisata, l’incontro con uno sconosciuto: la sosta a Rapa Nui rende concreta questa idea, perché un evento che avrebbe potuto compromettere il viaggio finisce per aggiungere incontri che altrimenti non sarebbero mai esistiti.
Dopo Rapa Nui, però, il racconto cambia direzione. Quando Jeff raggiunge finalmente Chouinard e Tompkins in Patagonia, nel film non compaiono più soltanto come termine di confronto: Jeff arriva da loro quasi da discepolo, e il centro della storia si sposta da ciò che lui cerca a ciò che gli altri hanno già capito. I due futuri di Patagonia e The North Face sono due uomini che amano alla follia la natura e che con il passare degli anni hanno instaurato un contatto viscerale con essa. L’avventura e il desiderio di esplorare restano la più grande passione dei due amici, ma a essi si è aggiunta la necessità di conoscere a fondo quei luoghi e le persone che li abitano, con l’obiettivo di proteggerli. Da qui emerge progressivamente anche il secondo nucleo tematico del film, vale a dire la componente ecologica, attraverso il lavoro attivo di Tompkins per la conservazione di territori come il Pumalín e la critica ai grandi progetti idroelettrici nella Patagonia cilena.
Più che un messaggio, quella di Tompkins e Chouinard è una scelta di vita, fatta di rinunce: Tompkins ha lasciato un’azienda di successo come Esprit per dedicarsi alla conservazione, mentre Chouinard ha costruito Patagonia su un’idea di sobrietà. È qui che il sottotitolo, Conquerors of the Useless, trova il suo senso più concreto. L’espressione richiama Les Conquérants de l’inutile, autobiografia dell’alpinista Lionel Terray, e si lega bene a tutte quelle esperienze che, viste da fuori, possono sembrare prive di un’utilità misurabile: scalare una montagna, attraversare un oceano, impiegare mesi per raggiungere un luogo che avremmo potuto raggiungere in poche ore, o rinunciare a un’azienda di successo per proteggere un territorio. Il film cambia così leggermente registro e allarga il significato del viaggio: conoscere un luogo significa anche rendersi conto di quanto possa essere fragile e di ciò che rischia di essere perso. Un tema che non emerge forzatamente nella narrazione, ma che arriva in maniera progressiva, quando il percorso porta Jeff a confrontarsi proprio con quelle domande a cui all’inizio non aveva pensato.
180° South funziona particolarmente bene grazie a una struttura narrativa molto semplice: Jeff deve continuare ad andare verso sud fino alla Patagonia e al Corcovado. Avere una meta precisa dà al racconto una direzione, ma lungo il percorso finiamo spesso quasi per dimenticarcene, proprio perché il film si lascia assorbire dalle deviazioni, dagli incontri e da tutto ciò che succede prima dell’arrivo. Anche quando Jeff è costretto a rinunciare alla cima del Corcovado, l’esperienza non appare incompleta. Il film non lo presenta come un eroe sportivo chiamato a dimostrare di essere all’altezza di Chouinard e Tompkins, per cui il mancato raggiungimento della vetta non diventa il parametro con cui giudicare l’intero viaggio. A quel punto il Corcovado ha già svolto la sua funzione: dare a Jeff un motivo per partire.
C’è poi un secondo motivo per cui, secondo noi, il film funziona: per il modo in cui viaggio di Jeff continua a confrontarsi con quello avvenuto circa quarant’anni prima. Le immagini in 16 mm girate durante la spedizione del 1968 hanno un ruolo fondamentale, perché proprio la visione di Mountain of Storms convinse Jeff Johnson e Chris Malloy a immaginare una propria avventura. Dal punto di vista registico, il “materiale originale” si alterna con le immagini girate durante il viaggio “contemporaneo”, facendo sì che l’archivio non rimanga solo una semplice ricostruzione del passato: ogni ritorno a quelle immagini permette di osservare ciò che è rimasto uguale e ciò che è cambiato, ma soprattutto di misurare la distanza tra i giovani Chouinard e Tompkins e gli uomini che Jeff incontra molti anni dopo. Il montaggio rende visibile il passaggio di testimone da una generazione all’altra: un vecchio film di viaggio mette in moto una nuova avventura e, di conseguenza, un altro film.
Dal punto di vista documentaristico, c’è poi un altro aspetto particolarmente interessante nel metodo di Chris Malloy. Il regista ha raccontato di essersi formato guardando filmmaker di surf e outdoor degli anni Sessanta che vivevano in prima persona le avventure che riprendevano, spesso con una semplice Bolex 16 mm. Una vicinanza che permetteva loro di cogliere piccoli dettagli e soprattutto di costruire un linguaggio capace di restituire dall’interno la sensazione di quel mondo. 180° South cerca qualcosa di molto simile: le immagini rallentano spesso l’azione, si soffermano sulle onde, sui paesaggi, sui movimenti dei protagonisti e lasciano respirare gli spazi, mentre la musica accompagna un ritmo molto più contemplativo rispetto a quello che potremmo aspettarci da un normale documentario d’avventura. L’insegnamento, quindi, riguarda proprio il modo in cui le scelte visive devono trasmettere la stessa sensazione dell’esperienza raccontata: se il viaggio di Jeff parla di libertà, deviazioni e tempo trascorso lungo la strada, anche la macchina da presa deve riuscire a farci percepire quella libertà senza avere continuamente fretta di portarci alla tappa successiva.
In fondo Jeff Johnson avrebbe potuto prendere un aereo e raggiungere la Patagonia in poche ore e tentare di scalare il Corcovado. Sarebbe arrivato prima, avrebbe evitato buona parte dei problemi e avrebbe potuto concentrarsi direttamente sulla sua sfida. Avrebbe però perso praticamente tutto ciò che rende vivo, memorabile e splendido il il suo viaggio: la barca, il guasto, Rapa Nui, Makohe, gli incontri, la riflessione sulla conservazione e persino il mancato raggiungimento della cima, sono tutte esperienze che non poteva programmare prima di partire. Mountain of Storms gli aveva dato una direzione, ma non poteva anticipargli ciò che avrebbe trovato lungo il percorso. Perché una meta può essere il motivo che ci convince a partire, mentre sono spesso tutte le cose che non stavamo cercando a farci capire perché ne sia valsa davvero la pena. Per questo ne è uscito:
un road movie, un documento storico e un appello ambientale alle armi, ma soprattutto una riflessione su ciò che conta di più nella vita: rimanere fedeli alla propria visione e ai propri valori.
Magnolia Pictures
Regia di Chris Malloy
Scritto da Jeff Johnson, Chris Malloy, Rick Ridgeway
Fotografia di Daniel Moder
Montaggio di Conor O’Neill, Tim Wheeler
Musiche di Ugly Casanova, Mason Jennings, James Mercer
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