Quando ci mettiamo in viaggio per raggiungere ed esplorare un nuovo angolo di Mondo, noi compiamo sempre un’azione: ci muoviamo. Costantemente. In cerca del fascino di un luogo o di una popolazione, su un mezzo di trasporto o a piedi, chilometro dopo chilometro, il movimento è una componente imprescindibile di qualsiasi viaggio. Eppure, per quanto possiamo considerarci grandi viaggiatori ed esploratori, esiste qualcosa che si muove molto più di noi e che, soprattutto, non smette mai di farlo: la natura. In ogni angolo del pianeta, in qualsiasi momento, animali attraversano interi continenti alla ricerca di cibo, predatori inseguono le proprie prede, grandi branchi percorrono distanze immense per trovare acqua e moltissime specie si muovono per poter continuamente adattarsi alle trasformazioni degli ambienti in cui vivono. Un movimento che, per loro, non rappresenta una scelta o un desiderio di scoperta, ma una necessità per sopravvivere.
Ma come si può raccontare per immagini questo movimento continuo? Non è affatto semplice, soprattutto quando ci troviamo a dover condensare in appena 90 o 120 minuti fenomeni che si sviluppano nell’arco di intere stagioni, come migrazioni della durata di mesi e trasformazioni così lente da risultare quasi impercettibili ad occhio nudo. I documentari naturalistici sono quelli che, più di altri, provano a realizzare questo arduo compito e quello di cui vogliamo parlarvi oggi ci è riuscito andando oltre la semplice bellezza formale, per metterla al servizio della narrazione. Ci stiamo riferendo a Earth - La nostra terra, documentario del 2007 diretto da Alastair Fothergill e Mark Linfield, poi arrivato nelle sale italiane nel 2009 con la voce narrante di Paolo Bonolis. Nato nell’ambito della stessa grande produzione della BBC che ha dato vita alla serie Planet Earth, il film (disponibile a noleggio su Apple TV) ci accompagna in un viaggio intorno al globo per mostrarci la vita degli animali che lo abitano e le difficoltà che devono affrontare quotidianamente per poter sopravvivere. Lo fa con riprese spettacolari, capaci di portare lo spettatore da un capo all’altro del mondo a osservare fenomeni e comportamenti difficilmente visibili a occhio nudo. Ma ciò che rende Earth interessante ai nostri fini è il modo in cui riesce a organizzare immagini apparentemente sconnesse e (geograficamente) distanti tra loro in un unico grande e maestoso travel documentary.
Il documentario si apre a gennaio, tra i ghiacci dell’Artico, con una madre di orso polare che emerge dalla propria tana insieme ai suoi due cuccioli, pronta a iniziare un difficile spostamento (anche a causa del riscaldamento globale) verso i territori di caccia. Da qui, seguendo idealmente il movimento del Sole e il passare delle stagioni, il film ci porta alla scoperta di altri ambienti e delle specie che li popolano, ma seguendo comunque un filo ideale intorno a tre specie: accanto agli orsi polari, infatti, seguiamo soprattutto l’attività di un branco di elefanti africani impegnato ad attraversare le aride distese del Kalahari alla ricerca dell’acqua e il viaggio migratorio di una megattera e del suo piccolo per andare dalle acque tropicali fino all’Antartide. Intrecciate a queste tre vicende, si incontrano però molti altri animali e altre migrazioni, dai tre milioni di caribù che attraversano il Nord in un’unica marea alle gru in volo sull’Himalaya, che caricano di informazioni e di curiosità lo spettatore su quanto sta vedendo. A venire fuori è un viaggio che, attraversando un intero anno di vita sulla Terra, mostra come il mutare delle stagioni e il comportamento dell’uomo (seppur non si veda) influenzino abitudini, spostamenti e la sopravvivenza delle diverse specie che la popolano.
Il documentario co-prodotto da BBC, Greenlight Media e Discovery Channel è una fonte di grande ispirazione per gli addetti ai lavori e per gli amanti della biodiversità della flora e della fauna della Terra per un motivo ben semplice: le sue immagini. Caricate di grande significato emotivo dalla colonna sonora e dalle tecniche che consentono di comprimere e dilatare il tempo (lo vedremo meglio più avanti), Earth - La Nostra Terra si serve di riprese di straordinaria bellezza, capaci di mostrare il nostro pianeta da diverse prospettive, vicine e lontane. Dai campi larghissimi del ghiaccio dell’Artico e delle immense distese desertiche africane, passando per la profondità degli oceani e le splendide immagini aeree, il film ci fa viaggiare tra un ambiente e l’altro facendone apprezzare bellezza estetica, dimensione e varietà di colori nel corso dei diversi momenti dell’anno. Lo consigliamo perché non tratta questi luoghi come enormi panorami da ammirare e basta, bensì come ambienti brulicanti di vita, abitati da forme di vegetazione e animali che si muovono, si incontrano, si inseguono e affrontano difficoltà differenti a seconda delle condizioni in cui si trovano. Il continuo movimento insito nel film lo rende così affascinante, perché anche quando ci troviamo davanti a un paesaggio apparentemente immobile, sappiamo che sotto i nostri occhi qualcosa sta cambiando e che quel cambiamento avrà delle conseguenze sulla vita di chi lo abita.
C’è poi un secondo motivo per cui vale assolutamente la pena recuperarlo. Molto spesso, i documentari naturalistici-istituzionali tendono a mostrare la natura solo nelle sue componenti più spettacolari e rassicuranti. Earth, invece, dà spazio anche ai momenti più duri e drammatici. Pensiamo, ad esempio, alla sequenza in cui vediamo un lupo inseguire un giovane caribù staccatosi dal proprio branco: per il predatore, quella corsa è una delle poche possibilità per procurarsi del cibo, mentre per la preda significa letteralmente correre per rimanere in vita. Perciò, il “ciclo della vita” è il primo esempio di questa durezza, ma non l’unico; un altro è la difficoltà degli elefanti di trovare acqua in mezzo a territori aridissimi, costretti ad affrontare delle condizioni climatico-ambientali sempre più insostenibili. Il documentario, quindi, non nasconde queste situazioni e non cerca neppure di trasformarle in maniera patetica in un qualcosa di tremendo. Del resto, la sopravvivenza della fauna sul nostro pianeta passa attraverso la caccia, la fuga e la necessità di affrontare pericoli che possono avere conseguenze drammatiche. E così, che si tratti di un predatore alla ricerca di cibo o di una preda che cerca disperatamente di salvarsi, il movimento continua a essere una necessità per la vita, anche quando a determinarlo sono gli aspetti più duri.
C’è anche un altro tema affrontato nel documentario, senza che venga messo al centro (da un punto di vista visivo): il ruolo dell’uomo. Non compare mai in scena, eppure il suo peso si sente e si vede nell’ambiente che gli animali attraversano. La madre orsa lascia la tana per uno spostamento reso più difficile dal riscaldamento globale, e gli elefanti del Kalahari cercano acqua in un territorio sempre meno ospitale a causa della siccità. Il film non ne fa mai un comizio: ci mostra le conseguenze sui singoli animali, ed è la scelta più efficace, perché ci porta a preoccuparci prima per qualcuno e solo dopo per qualcosa. L’altro lato della medaglia di questo trattamento è che, vista l’anno di uscita (siamo vicini ai 20 anni), tratta la questione con una prudenza che oggi può sembrare eccessiva, indicando per lo più il problema senza lasciare spazio a cosa fare attivamente per evitare certi problemi. Diciamo che chi lo vede oggi può notare il valore “storico” di come è cambiata la narrazione nei confronti del cambiamento climatico, vista la centralità sempre più grande nei confronti di questo argomento nei discorsi legati all’ambiente e alla natura.
Ma come si può rendere un film documentario così specifico adatto a qualsiasi tipo di pubblico? C’è un elemento in particolare che, secondo noi, rende Earth veramente interessante e che ha contribuito al grande successo incontrato in tutto il mondo: nonostante si tratti di un documentario naturalistico, i registi Alastair Fothergill e Mark Linfield non intendono mostrare al pubblico una successione di immagini accompagnate da una voce narrante semplicemente esplicativa, limitata quindi a spiegare i princìpi scientifici alla base dei comportamenti dell’ecosistema terrestre. Quello che la coppia ha cercato di ottenere insieme allo sceneggiatore Leslie Megahey è un racconto capace di coinvolgere lo spettatore attraverso delle piccole storie, non solo attraverso l’informazione. Per comprendere questo passaggio, bisogna fare un piccolo passo indietro e tornare alla fase di produzione del film, sviluppata parallelamente alla serie della BBC Planet Earth. Quest’ultima organizza gli episodi principalmente intorno ai diversi ambienti naturali del pianeta, Earth invece opera un’altra scelta: si concentra sulle vicende di alcune specie, seguendo gli animali con i loro spostamenti e necessità. Così facendo, quando vediamo gli elefanti attraversare il deserto o le megattere sbattere le pinne per non “perdersi di vista”, non siamo solo travolti dalla spettacolarità della natura: vogliamo sapere anche se riusciranno a raggiungere il loro obiettivo. Una scelta narrativa che rende il documentario accessibile a tutti e che si inserisce nella logica distributiva del film, affidata negli USA e in Italia a Disneynature, marchio Disney fondato nel 2008 e specializzato esclusivamente in documentari naturalistici.
A contribuire alla riuscita di questa scelta narrativa è un elemento fondamentale di tutto il documentario, presente in gran parte delle sequenze: la voce narrante. Il suo compito, oltre a fornire informazioni scientifiche sui comportamenti degli animali e degli ambienti che osserviamo, è quello di accompagnarci nelle vicende mostrate, spiegandoci in maniera incalzante alcune delle scene mostrate. Nell’edizione italiana, è Paolo Bonolis a narrare con la sua voce riconoscibile al grande pubblico e un tono disinvolto riesce ad aggiungere una componente leggera e in alcuni momenti anche ironica (la “scuola di volo” delle anatre mandarine e il “trucco” dell’uccello del paradiso supremo). Si tratta di una presenza non invadente, che permette di stratificare il racconto e conoscere curiosità di cui la maggior parte del pubblico è ignara. Ma non è l’unico strumento usato per caricare di ulteriore significato le immagini, visto che un ruolo importante è svolto anche dalla colonna sonora orchestrale composta da George Fenton. La sua selezione accompagna la grandiosità degli ambienti e aumenta la tensione durante gli inseguimenti e le situazioni più drammatiche, senza necessariamente trasformarle in momenti di puro sentimentalismo. Voce e musica, quindi, lavorano insieme alle immagini per dare ritmo e intensità alle vicende, permettendoci di seguire e di appassionarci alle storie di animali che, altrimenti, osserveremmo da una prospettiva molto più distante (e distaccata).
Resta da capire come Fothergill e Linfield siano riusciti a dare continuità a un racconto costruito attraverso immagini girate in luoghi lontanissimi tra loro e in momenti differenti. La prima risposta riguarda la struttura narrativa scelta per il documentario, che segue idealmente il passaggio delle stagioni e il movimento del Sole nell’arco di un intero anno. Partendo dall’inverno artico, quando il Sole torna progressivamente a illuminare i territori ghiacciati, il film ci accompagna nelle diverse fasi dell’anno, mostrando come il cambiamento delle condizioni ambientali influenzi in maniera decisiva la vita delle specie che incontriamo. In questa maniera, il passare del tempo diventa il filo conduttore che unisce territori geograficamente distanti, mentre il montaggio torna a intervalli regolari alle vicende degli orsi polari, degli elefanti e delle megattere, mantenendo vivo il nostro interesse per i loro percorsi. A rendere ancora più efficace questa costruzione “temporale” sono poi le transizioni visive tra i diversi ambienti: pensiamo alle foreste europee e nordamericane, che con il passaggio delle stagioni cambiano progressivamente colore, perdono le foglie e tornano a fiorire. Attraverso queste trasformazioni, il film riesce a rendere percepibile lo scorrere dei mesi in pochissimi secondi, senza dover continuamente interrompere il racconto per spiegarci quanto tempo sia passato e gli effetti che esso ha avuto sul territorio. L’anno che vediamo, però, è un anno costruito in montaggio: le riprese sono state girate in luoghi e momenti diversi, e a farne un unico grande viaggio attraverso il pianeta è la struttura, non il campo.
Accanto alla struttura narrativa, un secondo elemento che merita particolare attenzione riguarda le tecniche di ripresa utilizzate per enfatizzare il movimento degli animali e della natura. Tra le più importanti utilizzate troviamo il sistema Cineflex, una macchina da presa stabilizzata montata sugli elicotteri che ha permesso agli operatori di realizzare immagini estremamente dettagliate anche da grandi distanze, senza avvicinarsi eccessivamente agli animali e condizionarne il comportamento. Un esempio particolarmente efficace? La sequenza della tempesta di sabbia nel Kalahari: attraverso le riprese aeree possiamo osservare contemporaneamente il branco di elefanti e l’enorme perturbazione che si avvicina, comprendendo la portata di un pericolo del quale gli animali non si sono ancora resi conto. Il campo largo permette allo spettatore di avere un occhio privilegiato per osservare la vastità e le difficoltà dell’ambiente, mentre le inquadrature più ravvicinate riportano la nostra attenzione sui singoli protagonisti. In più, ad accompagnare le riprese con il Cineflex, è spesso un lavoro fatto sul tempo attraverso l’uso del time-lapse, per condensare in pochi secondi trasformazioni che richiedono settimane o mesi (come il cambiamento della vegetazione durante le stagioni), e dello slow motion per rallentare azioni rapidissime, come la caccia del ghepardo o l’attacco dello squalo bianco.
Per chi racconta i viaggi con una videocamera, Earth insegna prima di tutto a costruire un racconto attraverso il tempo. Il film rappresenta un anno di vita sul pianeta, ma quell’anno, così, non è mai esistito: le riprese sono state raccolte nell’arco di cinque anni e la continuità è stata decisa in fase di montaggio. Il primo insegnamento, perciò, riguarda la capacità di selezionare e organizzare materiali molto diversi, partendo da una struttura che nasca da ciò che vogliamo raccontare. In Earth sono le stagioni a dare il filo, anche se a dare allo spettatore un motivo per seguirlo sono le tre storie che ritornano: non serve un itinerario geografico preciso, servono vicende che tornano e che arrivano da qualche parte. Il secondo insegnamento riguarda la “manipolazione” del tempo, una possibilità che in questo tipo di documentari è imprescindibile a rendere comprensibile ciò che altrimenti non vedremmo: per questo time-lapse e slow motion, oltre ad avere (come sempre) un bell’impatto visivo, servono soprattutto a rendere visibili trasformazioni lentissime e gesti rapidissimi. C’è infine una lezione più pratica, che riguarda chi viaggia: la sequenza della tempesta di sabbia nel Kalahari nasce da un imprevisto, perché gli operatori stavano riprendendo gli elefanti dall’alto quando la tempesta è arrivata, e quel materiale è finito nel film. Tenere la camera pronta anche quando il piano è un altro vale quanto saper montare (vedete come riferimento anche le bellissime immagini mostrate durante i titoli di coda).
Per concludere, possiamo affermare con certezza che il movimento che i due registi hanno tentato di raccontare prosegua, in realtà, ben oltre la durata del documentario. Mentre noi siamo abituati a considerare il viaggio come un’esperienza temporanea, che comincia con una partenza e termina in un determinato momento con il ritorno a casa, per gli animali raccontati in Earth - La Nostra Terra le cose funzionano ben diversamente. Oggi, le stagioni continuano a susseguirsi in maniera sempre più anti-ambientali, i paesaggi si trasformano in maniera sempre più radicale e con loro cambiano disperatamente le necessità di chi li abita. Così, anche quando il film arriva alla sua conclusione, da qualche parte sul pianeta un branco sta ancora cercando acqua, un predatore sta inseguendo la propria preda e un altro animale si prepara ad affrontare una lunga migrazione via acqua. Per questo il focus è il movimento: perché il viaggio della natura continua inesorabile, indipendentemente dalla presenza di una macchina da presa pronta a raccontarlo.
GUARDA EARTH - LA NOSTRA TERRA SU APPLE TV
Regia di Alastair Fothergill, Mark Linfield
Scritto da Leslie Megahey, Alastair Fothergill, Mark Linfield
Sonoro di Antoine Babary
Montaggio di Martin Elsbury, Melany Maximus, Vartan Nazarian
Musiche di George Fenton
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