Spesso lo facciamo in maniera inconscia, come fosse un’azione qualunque. Appena arrivati nella destinazione scelta, una delle prime cose che si fa è spesso prendere in mano il cellulare o la macchina fotografica e iniziare a scattare, a immortalare tutto quello che ci troviamo davanti agli occhi: un panorama mozzafiato, un soggetto che compie un’azione normalissima (ma in quel momento, per noi, straordinaria) oppure registriamo pochi secondi di video, sperando che una volta tornati a casa possano restituire una parte di ciò che abbiamo visto e vissuto. Ma è davvero così che si racconta un luogo? Esserci significa necessariamente conoscerlo? Sicuramente, non bastano pochi giorni per racchiudere in una fotografia il senso del nostro viaggio... ma allora quanto tempo dobbiamo trascorrere con il territorio e con le persone che lo abitano per riuscire a trasmettere davvero quello che abbiamo davanti? La risposta, ovviamente, non può essere per tutti la stessa, ma sicuramente ci fidiamo della risposta che darebbe Sebastião Salgado, fotografo brasiliano che ha passato più di 40 anni di vita in giro per il mondo costruendo attraverso il suo lavoro uno degli archivi fotografici più potenti di quest’arte.
A raccontare la storia di questo mago che usa la macchina fotografica al posto della bacchetta è Il sale della terra, documentario del 2014 diretto da Wim Wenders insieme a Juliano Ribeiro Salgado, figlio del fotografo. Disponibile a noleggio su Prime Video e Rakuten TV, questo potente e magnetico parte già da una situazione particolare, perché il protagonista davanti alla macchina da presa è una persona che ha trascorso quasi tutta la vita esattamente dall’altra parte. Salgado osserva, sceglie le inquadrature e aspetta il momento migliore per immortalare un sentimento, un grido di allarme oppure di speranza, mentre ora è lui (e il suo lavoro) ad essere osservato, per cui ne viene ribaltata la posizione abituale per restituire un quadro completo della sua poetica, dei suoi viaggi e dei suoi progetti umani (prima) e ambientali (poi).
Il film decide di partire dagli albori, da quando Salgado non aveva nemmeno l’idea in testa di diventare un fotografo. Da giovane conosce, nella sua città natale, Lélia, futura moglie e compagna fondamentale nel suo futuro percorso professionale, con cui si trasferirà in Francia. Lui studia e lavoro come economista, lei si dedica all’architettura e proprio per i suoi studi acquista una macchina fotografica di cui Salgado non tarderà molto a innamorarsi. Durante alcuni viaggi di lavoro in Africa comincia a portarla sempre con sé, accorgendosi presto che l’emozione trasmessa da quegli scatti era ben più grande dei rapporti economici che doveva scrivere: è il 1973 quando decide di lasciare tutto e ripartire da zero come fotografo. E già qui è molto interessante il fatto che la scoperta della sua vocazione sia avvenuta proprio viaggiando, due linee parallele che continueranno ad affiancarsi per tutta la sua vita.
A dimostrarlo è Otras Américas, il suo primo progetto realizzato tra il 1977 e il 1984 lungo i diversi territori dell’America Latina per osservare da vicinissimo le comunità rurali e contadine che abitavano i paesi circostanti il suo amato Brasile. Già da questo primo progetto si può intuire la struttura con cui Wenders imposterà il documentario e su come deciderà di trattate le fotografie di Salgado all’interno della narrazione: non semplici risultati finali del lavoro, ma porte d’accesso nel lavoro e nell’anima di Salgado, nel modo in cui entra in contatto con cui luoghi visitati, con le persone immortalate e nelle motivazioni che lo spingono a girare il mondo con la propria macchina fotografica. Lo stesso approccio, ritorna con Sahel, progetto successivo dedicato alla fame e alle condizioni di vita delle popolazioni colpite dalla crisi nell’omonimo regione, e con Workers, il progetto maestoso con cui attraversa moltissimi paesi del mondo rendendo omaggio e giustizie a tutte quelle persone che, attraverso il lavoro manuale, hanno permesso di rendere reale il mondo che conosciamo.
Si tratta di soggetti, luoghi e scopi diversi, ma è il modo di avvicinarsi al lavoro che rimane un costante: Salgado, per ogni suoi progetto, parte in viaggio per conoscere ancor prima che per fotografare. Non stupisce, allora, che Wenders sottolinei quanto al fotografo importassero soprattutto gli esseri umani e di entrare in connessione profonda con i propri soggetti. É proprio l’amore viscerale verso l’essere umano ad essere la caratteristica centrale della poetica del fotografo, un interesse trasmesso attraverso immagini che folgorano senza barriere chi le osserva. In questo, Il sale della terra ricorda un fattore essenziale per fotografi e videomaker di viaggio: non basta raggiungere un luogo interessante, trovare l’inquadratura migliore, il soggetto perfetto e premere il pulsante di scatto per riuscire a raccontare qualcosa. La prima cosa che non deve mancare è una vocazione, una passione da voler trasmettere con i proprio scatti.
Oltre a questo motivo, per raccontare con le immagini in maniera efficace, serve trovare un proprio sguardo personale (un fil rouge autoriale) che unisca i propri lavori, anche mostrando soggetti completamente diversi tra loro. Nel corso della sua carriera, Salgado ha infatti attraversato culture e situazioni sociali molto diverse, eppure le sue fotografie rimangono sempre molto riconoscibili… d’autore insomma. A creare una continuità tra i suoi lavori, anche quando abbandona l’uomo per dedicarsi alla natura, è il modo in cui sceglie di osservare e immortalare i soggetti, ma anche un tocco estetico che non passa inosservato: il bianco e nero, caratteristica visiva utilizzata come strumento con cui concentrare l’attenzione dello spettatore sui volti, sul contenuto, senza che abbia alcuna distrazione di colore.
A rendere efficace Il sale della terra, però, non è solo la forza delle fotografie a disposizione, ma il doppio accesso dei due registi a Salgado, poiché si tratta di due punti di vista opposti e complementare. Wenders arriva a conoscere il fotografo dopo essere rimasto ipnotizzato da una sua fotografia durante una mostra e il suo scopo è quello di scoprire l’uomo capace di realizzarle; al contrario, Juliano conosce quell’uomo da sempre come papà e qui il suo obiettivo è conoscere l’esploratore/viaggiatore che si nasconde dietro quella figura. In un certo senso, quindi, Sebastião ha trascorso la vita viaggiando per conoscere il mondo, mentre Juliano ha dovuto mettersi in viaggio con lui per conoscere meglio suo padre.
Il punto di osservazione è quindi duplice e in questa struttura le fotografie rappresentano il vero motore narrativo. Come anticipato, gli scatti sono lo strumento che permette al film di muoversi continuamente da un periodo all’altro della vita del fotografo, rappresentando i viaggi da lui compiuti e il modo in cui il suo lavoro si è evoluto insieme al suo sguardo sul mondo. Basta un volto, un paesaggio o una situazione socio-politica racchiusa dentro un semplice “disegno di luce” per aprire un nuovo cassetto dall’armadio dei ricordi e portare lo spettatore dentro un nuovo viaggio interiore. Alle immagini poi si alternano senza continuità i racconti in prima persona del fotografo, la voce narrante di Wenders, le immagini registrate da Juliano, fotografie d’archivio della gioventù di Sebastião. Il risultato è un documentario che si muove gradualmente nelle varie fasi della vita del fotografo, senza perdere il filo conduttore della sua ricerca artistica.
I diversi progetti non sono solo il filo cronologico del film, ma costituiscono l’arco narrativo che accompagna la trasformazione del protagonista. Dopo Otras Americas, Sahel e Workers, Salgado si confronta con la violenza sempre più assurda che continua a guidare il comportamento dell’uomo realizzando Exodus: progetto dedicato alle “migrazioni di interi popoli per via di guerre, fame e del predominio del mercato globale”. In particolare, osservando il genocidio in Ruanda, questa esperienza lo porta perdita di fiducia nei confronti dell’uomo e nelle possibilità di continuare a fotografarlo, shock che lo spingerà a cambiare i soggetti su cui posare lo sguardo. Ecco che, anche grazie alla riforestazione della Mata Atlantica in Brasile, inizierà a fotografare la natura dando presto vita a Genesis, un omaggio a ciò che del pianeta è ancora rimasto intatto.
Cinematograficamente parlando, Wenders deve risolvere un problema che avrebbe potuto influenzare negativamente la narrazione: come intervistare un fotografo mentre guarda le proprie fotografie senza spezzare continuamente il ritmo visivo e il rapporto tra uomo e arte? Per farlo, il regista realizza un dispositivo simile a una vecchia camera oscura, grazie al quale Salgado può osservare i suoi scatti mentre la macchine da presa lo riprende frontalmente attraverso uno specchio. Una scelta molto intelligente e cinematograficamente splendida, perché in questa maniera il volto del fotografo e le sue immagini finiscono per diventare “veramente” un tutt’uno. Un’altra scelta molto efficace che unisce il documentario a Salgado è poi la scelta di utilizzare il bianco e nero per la quasi totalità del film, in modo da creare una continuità visiva con le fotografie del protagonista.
Da qui i due insegnamenti più interessanti. La storia di Salgado dimostra come un percorso creativo possa muoversi da un “continente” all’altro (qui letteralmente) senza perdere di coerenza. Nel corso della sua carriera ha cambiato luoghi, progetti e i soggetti verso cui rivolgere lo sguardo, rimanendo comunque estremamente riconoscibile nel modo in cui osserva il mondo che lo circonda. Wenders, invece, mostra quanto sia importante trovare una forma in grado di dialogare direttamente con il materiale che abbiamo tra le mani: in questo caso, il regista non monta le immagini una dietro l’altra, le utilizza come dispositivo per entrare nei ricordi, nelle esperienze e nelle trasformazioni umane e artistiche del fotografo. Attraverso la regia, Wenders porta lo spettatore a vivere un vero e proprio viaggio nell’anima di Salgado e nei luoghi che ha raccontato con le sue fotografie.
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Regia di Wim Wenders
Scritto da Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, David Rosier, Camille Delafon
Fotografia di Hugo Barbier, Juliano Ribeiro Salgado
Montaggio di Maxine Goedicke, Rob Myers
Musiche di Laurent Petitgand
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