Ferragosto è sempre particolare. Non si tratta solo dell’occasione in cui ci si ritrova con gli amici a fare la grigliata per tutta la giornata. Per chi vive in città significa una cosa sola: sensazione di vuoto e soprattutto una calma impossibile da avere nel resto dell’anno, quando il traffico, i rumori e la frenesia sembrano accompagnare qualsiasi momento della giornata. Ad agosto, invece, i quartieri si svuotano, le serrande delle case restano abbassate e perfino attraversare la città appare un’esperienza diversa dal solito. A rendere tutto ancora più straniante è il caldo torrido, quello che rende l’aria pesantissima da sopportare e quasi immobile, con una sensazione non così lontana da quella percepita quando si è imbottigliati nella metropolitana di settembre.
Ma si sa, tutte le regole devono avere l’eccezione che le confermi, per cui per tutte quelle persone che se ne vanno via c’è sempre qualcuno che resta, forse per motivi di studio, per lavoro o semplicemente perché si è rimasti soli. E quando la città si svuota, basta davvero poco perché qualsiasi presenza sembri ancora più “ingombrante” del normale. Un clacson inconfondibile, un motore acceso, una voce che rimbalza tra i palazzi possono rompere in pochi secondi quella quiete quasi irreale. Ecco allora che il silenzio quasi spettrale di Roma può essere interrotto dal rumore di un’auto in corsa per le sue strade deserte, con il guidatore che cerca disperatamente una sigaretta. Se questo vi ricorda qualcosa avete fatto centro: è la sequenza iniziale de Il sorpasso, road movie manifesto della storia del cinema (italiano) in grado di ispirare i più famosi film del genere che usciranno negli anni successivi.
Realizzato nel 1962 dal maestro della commedia all’italiana Dino Risi, il film riesce a trasformare un incontro casuale avvenuto il 15 agosto in un viaggio tra due personalità opposte capace di raccontare un’Italia lanciata a tutta velocità verso il boom economico. Da una parte c’è Bruno (Vittorio Gassman), un uomo esuberante, invadente e sempre pronto a trascinare chiunque nella propria voglia di vivere; dall’altra Roberto (Jean-Louis Trintignant), studente timido e riservato rimasto a Roma per preparare gli esami di legge, la cui quiete viene disturbata dall’arrivo della Lancia Spider di Bruno. Con il suo carattere sopra le righe, l’uomo non ci metterà molto a convincere il ragazzo a seguirlo per un viaggio lungo l’Aurelia che da Roma li porta in Toscana, a Castiglioncello.
Innanzitutto, partiamo con una premessa. Non si può non conoscere o aver visto questo film se volete parlare di cinema di viaggio, poiché rappresenta una pietra miliare della storia del cinema italiano, e questo non solo per una pura opinione personale. Considerato da molti uno dei film meglio riusciti di Dino Risi (anche se scegliere all’interno della sua filmografia è veramente difficile), consigliamo di guardare e riguardare all’infinito Il sorpasso perché riesce ancora oggi, a quasi 65 anni di distanza, a meravigliare, divertire e far riflettere qualsiasi tipo di spettatore a cui venga mostrato. La sua forza sta nella capacità di muoversi tra registri molto diversi tra loro senza perdere mai equilibrio o verosimiglianza. Si ride molto, spesso grazie al carattere irriverente di Bruno e alle situazioni in cui trascina Roberto, ma come ogni buona commedia all’italiana sotto quella leggerezza riaffiora qualcosa di più amaro che la risata accentua ancora di più con il proseguire dei chilometri.
È il perfetto equilibrio tra commedia, viaggio e osservazione sociale a rendere questo film ancora così vivo: Il sorpasso non appartiene soltanto al proprio tempo, ma riesce ancora oggi a parlare con sorprendente immediatezza di libertà, insoddisfazione, desiderio di evasione e del bisogno costante di andare oltre ciò che si ha davanti. Una spinta in avanti, verso il progresso, che nel film si materializza nella Spider di Bruno lanciata sempre verso l’ignoto, pronta a superare tutto ciò che si trova davanti alla volta di nuove possibilità in cui mostrare la sua straripante personalità. Per Roberto, invece, stare su quell’auto al fianco di questo ragazzone significa abbandonare la quotidianità, gli studi e le abitudini che lo tengono ingabbiato dentro quella sua camicia chiusa fino all’ultimo bottone. Vedere una persona incurante delle conseguenze delle proprie azioni significa per lui puro fascino, poiché rappresenta quella libertà e spensieratezza che lui non ha mai avuto modo di vivere davvero. Eppure, più il viaggio avanza e più si capisce che senza il controllo anche la libertà può diventare auto-distruttiva (letteralmente): come dimostra il tragico finale del povero Robbé, l’atto di sorpassare diventa nel film qualcosa che va oltre il semplice gesto al volante, rappresentando invece un modo di vivere che non sembra più contemplare l’atto di rallentare e di guardarsi indietro.
Un modo di vivere proprio del boom economico. Già, ed è il motivo per cui il film funziona perfettamente, perché la capacità di Risi sta nell’allargare lo sguardo e trasformare la storia dei due protagonisti in un ritratto molto più ampio dell’Italia dei primi anni Sessanta. Mentre Bruno e Roberto sfrecciano tra città deserte, strade larghissime, località di villeggiatura e stabilimenti balneari, intorno a loro vediamo un Paese alle prese con nuove abitudini, ritmi, costumi e perfino con un nuovo modo di vivere il tempo libero. Gli esempi sono innumerevoli: la Lancia Spider di Bruno è simbolo del boom del mercato automobilistico, le spiagge affollate raccontano il nuovo turismo di massa e il ritrovato loisir, i locali sono sempre pieni, la musica che esce dei jukebox rappresenta l’onnipresenza della nuova musica leggera (ad esempio Guarda come dondolo di Edoardo Vianello) e, infine, il costante bisogno di sigarette americane di Bruno.
Risi lascia che questi elementi entrino nelle immagini, nei luoghi e nelle persone incontrate lungo il percorso. Il risultato è un viaggio che finisce per registrare in presa diretta un Paese sospeso tra vecchie abitudini e nuovi desideri, ancora legato in parte al passato ma già profondamente attratto da tutto ciò che promette modernità, benessere e divertimento. È un’Italia a due facce, personificata perfettamente nell’immobilismo di Roberto e nella spinta ottimistica di Bruno: il personaggio interpretato da Gassman si muove con grande naturalezza nel “nuovo mondo” attraversato dal film (conosce tutti, balla il twist, fuma, scherza, ostenta) e appare a suo agio in una società votata ormai al consumo, quello incarnato da Trintignant, invece, conserva quel lato più trattenuto e tradizionale (studia, rispetta le regole, affronta le situazioni con una prudenza che spesso lo fa sembrare fuori dal tempo). Il primo è molto veloce, il secondo è molto più lento, ma non rimangono due personalità costanti nel corso del film. Il viaggio li mette sempre faccia a faccia con loro stessi e con la realtà intorno a loro. Più macinano chilometri, più le loro certezze iniziano a incrinarsi e i due iniziano a contaminarsi, mostrando quanto fosse complesso e contraddittorio quel passaggio tra un’Italia che cercava di lasciarsi alle spalle il proprio passato e una nuova società che non aveva ancora capito del tutto dove stesse andando. Anche se il segreto, probabilmente, è capire cosa valga davvero la pena portarsi dietro mentre il Paese corre verso qualcosa di nuovo.
Una sensibilità che emerge anche nel modo in cui Risi racconta il rapporto e l’evoluzione dei protagonisti attraverso dialoghi tutt’altro che posticci (merito della presenza in sceneggiatura di mostri sacri come Ettore Scola e Ruggero Maccari). Il loro rapporto non passa da spiegazioni aperte su sensazioni o sentimenti, ma attraverso battute, provocazioni, prese in giro e conversazioni che potrebbero veramente avvenire durante un viaggio in macchina con un amico (anche se conosciuto la mattina stessa). A tenere il timone è ovviamente Bruno, sempre pronto a parlare e a sbandierare il suo stile di vita libertino, mentre Roberto tenta timidamente di intervenire e di intrufolarsi nel flusso dell’altro. Per questo motivo non servono grandi discorsi o dialoghi super evocativi per costruire un film riuscito, bastano sensazioni e reazioni semplici e naturali, così da permettere al film di affrontare temi molto grandi senza dare mai l’impressione di dover interrompere il flusso narrativo per spiegarli.
Altrettanto naturale è il modo in cui viene costruito il ritmo del racconto e l’alternanza tra il movimento continuo dell’auto e i momenti in cui il viaggio si ferma. Il sorpasso segue la struttura episodica tipica dei road movie: Bruno e Roberto percorrono l’Aurelia senza una meta davvero prestabilita e ogni deviazione porta con sé una nuova situazione, una persona da incontrare o un luogo in cui fermarsi prima di risalire nuovamente sulla Spider. Quando Bruno è al volante tutto sembra correre insieme a lui nel suo micro-mondo fatto di sregolatezza e velocità, con i programmi pronti a cambiare “ogni due per tre”. Al contrario, le soste permettono alla realtà di raggiungere momentaneamente i due protagonisti, per cui fermarsi nella tavola calda, incontrare la moglie e la figlia (Catherine Spaak) di Bruno, ballare in un locale o trascorrere qualche ora sulla spiaggia sono tutte situazioni che fanno emergere rapporti, fragilità e contraddizioni che in auto rimangono nascoste. La Spider finisce così per essere altro rispetto a un mezzo di trasporto e diventa una sorta di rifugio in movimento in cui la velocità consente di lasciare alle spalle tutto ciò che porterebbe i personaggi a ritrovarsi faccia a faccia con la realtà.
Potete quindi notare una grandissima sensibilità nella messa in scena di Risi e nella costruzione del racconto. Beh, diciamo che non si tratta di un colpo di fortuna, visto che prima di affacciarsi al cinema di finzione il regista aveva realizzato diversi documentari di impronta neorealista, sviluppando una grande attenzione verso gesti, volti e comportamenti “normali” della vita quotidiana. Un’esperienza che qui riaffiora con grande forza, perché se Bruno e Roberto rimangono sempre al centro della storia, intorno a loro la macchina da presa osserva tutto ciò che rischierebbe di rimanere sullo sfondo: i volti di chi li vede sfrecciare in strada, borghesi e lavoratori, ragazzi che affollano il litorale, giovani che ballano il twist. Sono tutte immagini (e immaginari) che non servono a far avanzare direttamente la trama, ma che restituiscono la vitalità dell’Italia in piena trasformazione. Anche il modo in cui il regista e il direttore della fotografia Alfio Contini sfruttano il formato panoramico aiuta a mantenere i protagonisti costantemente dentro il quadro, senza mai separarli dal paesaggio umano e sociale che li circonda. Il risultato? Un viaggio che funziona anche come strumento di osservazione, raccogliendo frammenti di realtà che danno la sensazione di trovarsi davanti a una fotografia precisa dell’Italia di quegli anni, vicinissima per sensibilità al documentario.
Tra gli insegnamenti di vita, di ballo e dello “stare al mondo”, quello che a noi interessa di più deve essere cinematograficamente concreto. Il sorpasso ci mostra come il viaggio, mentre avanza, debba produrre continuamente qualcosa che faccia emergere il sottotesto che vogliamo raccontare. Una deviazione introduce un nuovo ambiente, un personaggio incontrato lungo la strada fa emergere una sfaccettatura nascosta dei protagonisti, la musica diegetica contribuisce a restituire il clima vissuto in quel preciso periodo storico, mentre ciò che scorre fuori dal finestrino aggiunge nuovi dettagli al ritratto del Paese. La strada, allora, oltre ad essere il terreno su cui sfreccia l’auto, è il meccanismo che permette alla storia di avanzare, cambiare continuamente forma e, nel finale, interrompersi bruscamente. Come spesso ricordiamo, per raccontare un viaggio bisogna capire che cosa quel movimento permette di scoprire sui protagonisti, sui luoghi attraversati e sulla realtà che intendiamo mettere a nudo.
E allora pensate a quanto siamo lontani dalla Roma immobile dell’inizio del film. Dal silenzio di Ferragosto siamo passati al rombo della Lancia Aurelia di Bruno, dalle strade deserte alle spiagge affollate di giovani pieni di vita, dalla camicia abbottonata di Roberto alla sensazione che tutto possa cambiare semplicemente salendo sulla macchina della persona giusta, o magari di quella sbagliata. In fondo, Il sorpasso non ci chiede di scegliere tra rimanere fermi e correre a tutta velocità per vivere davvero: ci mostra cosa può succedere quando iniziamo a muoverci senza concederci più il tempo di fermarci, con tutti i suoi pregi e i suoi rischi. Perché lungo qualsiasi strada arriva prima o poi un momento in cui bisogna capire se continuare a premere sull’acceleratore oppure rallentare abbastanza da guardare dove stiamo andando.
Regia di Dino Risi
Scritto da Dino Risi, Ettore Scola, Ruggero Maccari
Fotografia di Alfio Contini
Montaggio di Maurizio Lucidi
Musiche di Riz Ortolani
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