Come è profondo il mare. Così nel 1977 cantava Lucio Dalla, utilizzando l’infinita profondità della distesa d’acqua come simbolo di lotta dell’uomo contro le ingiustizie sociali. Una metafora stupenda che sembra racchiudere il fascino di un luogo che da secoli alimenta l’uomo e la sua continua fame di scoperta. Accanto alla curiosità e allo spirito d’avventura, però, esiste un sentimento altrettanto forte: la paura. Trovarsi in mezzo all’oceano significa confrontarsi con un ambiente immenso e soprattutto imprevedibile, in cui le nostre capacità di controllo possono essere (a volte) molto limitate. Per la sua bellezza e il suo mistero, il cinema ha spesso usato il mare come teatro in cui inscenare esplorazioni, naufragi e storie di sopravvivenza, anche se girare in queste condizioni presenta una domanda che se non viene gestita correttamente può diventare un problema: come posso mantenere viva l’attenzione dello spettatore quando il protagonista si trova per giorni, settimane e mesi circondato soltanto da acqua? E che succede se la sua unica “compagna di viaggio” è una tigre del Bengala?
Una risposta ha provato a darla Ang Lee, nel 2012, quando ha realizzato La vita di Pi, film pluripremiato tratto dall’omonimo romanzo di Yann Martel. Una storia a tratti magica che, per via delle sue caratteristiche narrative e tecniche, sembrava complicatissima (se non impossibile) da portare a compimento sul grande schermo. La sfida del regista, tutt’altro che semplice come da lui stesso dichiarato, è stata quella trasformare al cinema un’opera ricca di riflessioni filosofiche come quella di Martel in un’avventura epica. E quale è stata la soluzione adottata per raggiungere questo obiettivo? Un impiego completamente nuovo del 3D e della CGI, qui utilizzati per realizzare immagini folgoranti e spettacolari, ma al tempo stesso in grado di mantenere il tono intimo e “sacro” del racconto. Il risultato di questo? Undici candidature agli Oscar e quattro premi: miglior regia, fotografia, effetti visivi e colonna sonora.
Il protagonista della storia è Piscine Molitor Patel, detto “Pi”, un ragazzo cresciuto a Pondicherry, in India, dove la sua famiglia gestisce uno zoo. Fin da piccolo dimostra una curiosità fuori dal comune, soprattutto nei confronti degli animali e della religione: cresce seguendo la tradizione induista, ma si avvicina anche al cristianesimo e all’islam, trovando in ciascuna fede qualcosa in cui credere. La sua vita prende una svolta inaspettata quando il padre decide di trasferirsi in Canada insieme la famiglia, imbarcandosi su una nave mercantile e portando con sé alcuni animali destinati a essere venduti nel Nord America. Durante la traversata del Pacifico, però, la nave viene investita da una tempesta quasi biblica che trascina con sé i genitori e il fratello di Pi. Il ragazzo, incredibilmente, riesce a salvarsi su una scialuppa, ma scopre ben presto di non essere da solo. Insieme a lui ci sono, infatti, una zebra ferita, una iena, un orango e Richard Parker, una maestosa tigre del Bengala. Non passa molto tempo prima che sulla scialuppa rimangano soltanto Pi e Richard Parker, costretti a condividere uno spazio minuscolo nel bel mezzo dell’oceano per ben 227 giorni di navigazione, durante i quali il ragazzo deve fare tutto ciò che può per sopravvivere: procurarsi acqua potabile, pescare, razionare le provviste, resistere alla forza imponente del mare. Senza dimenticare proprio quel simpatico viaggiatore al suo fianco che potrebbe sbranarlo da un momento all’altro.
Il primo motivo per cui ci sentiamo di consigliarvi La vita di Pi è evidente fin dalle sequenze ambientate nell’oceano: si tratta di un film visivamente straordinario. Pensiamoci: per buona parte della pellicola ci troviamo davanti alla stessa scialuppa, allo stesso ragazzo e a una distesa d’acqua che sembra non avere fine. Eppure, Ang Lee trasforma questo ambiente in uno spettacolo sempre differente. A volte l’oceano è perfettamente immobile, tanto da riflettere il cielo e far sembrare Pi sospeso in uno spazio privo di confini; altrove onde gigantesche e tempeste rendono evidente la fragilità della sua imbarcazione. Per non parlare delle sequenze notturne, durante le quali l’acqua si illumina grazie agli splendidi animali che la abitano e sembra dare vita a un universo completamente nuovo (molto simile al cielo in cui viaggio Jim in Il pianeta del tesoro). Delle immagini di un impatto clamoroso sullo spettatore, impossibili da non far stropicciare gli occhi dalla meraviglia, soprattutto se avete avuto la fortuna di vederlo sul grande schermo.
Guardando alla narrazione, un altro motivo per cui il film di Ang Lee è una vera e propria chicca nel cinema d’avventura sta nelle diverse chiavi di lettura della storia. Per questo ogni volta che capita di guardare il viaggio di Pi e Richard Parker è sempre possibile trovare nuovi spunti di riflessione e interpretazioni su quello che vediamo. Possiamo seguirlo come una storia di sopravvivenza, lasciandoci coinvolgere dalle difficoltà di Pi e chiedendoci come potrà superare gli infiniti ostacoli che incontrerà. Ma emergono fortemente anche questioni che vanno oltre il naufragio, ad esempio la fede, la quale gioca un ruolo fondamentale nel modo in cui il ragazzo interpreta ciò che gli succede. Ancor più interessante all’interno del film però, soprattutto per chi vuole utilizzare il cinema e i video per raccontare i viaggi, è un altro aspetto di cui: il rapporto tra gli eventi accaduti e il significato che attribuiamo loro quando li raccontiamo. Il film lascia spazio a interpretazioni differenti e il finale, che per il momento non vogliamo anticiparvi, cambia la prospettiva sull’intera vicenda.
Tutto bello, certo, ma questo non basta ovviamente. Nel nostro racconto possiamo stratificare il significato del viaggio in moltissimi modi, ma quel che conta è che il film funzioni e che coinvolga lo spettatore per tutta la durata del film, a maggior ragione (come detto prima) se il terreno in cui si muove il protagonista è una scialuppa piccolissima con un animale. Ecco allora che uno degli elementi all’interno de La vita di Pi in grado di far funzionare il film è proprio il ruolo assunto da Richard Parker. A differenza dei moltissimi animali che il cinema trasforma in fedeli compagni di viaggio, la tigre conserva qui tutta la sua imprevedibilità e pericolosità più “animale”, rappresentando il contraltare perfetto a Pi, il quale deve imparare a conoscerla e tenerla a distanza, alimentando ogni minuto che passa una costante tensione narrativa. La stessa tigre, però, rappresenta in questo senso un paradosso, visto che è proprio lei ad essere la ragione per cui il ragazzo continua a lottare senza entrare in balia della solitudine: organizzare lo spazio e procurare cibo per entrambi sono solo le due azioni basilari che mantengono Pi attivo e concentrato sui problemi da affrontato.
Ma in tutto ciò l’animale non viene mai cristallizzato o trasformato da “cattivo” a “gattone”, se così possiamo dire. Anzi. I suoi istinti animali rimangono intatti e per questo, quando in mezzo alla foresta Richard Parker scompare tra la vegetazione senza nemmeno concedere un ultimo guardo a Pi, risulta così dolorosa la loro separazione.
Il conflitto, per quanto fondamentale, da solo non basta. E per questo a funzionare è anche l’equilibrio presente tra momenti di tensione e altri più contemplativi. In una storia ambientata per mesi nello stesso luogo, difatti, una successione continua di pericoli rischierebbe di diventare prevedibile e stancante per chi guarda. Bisogna lasciare momenti anche momenti di respiro, motivo per cui Ang Lee concede molto spazio alla quotidianità, fatta di tentativi falliti e abitudini quotidiane. Alle tempeste e alle minacce di Richard Parker si alternano scene in cui Pi pesca, raccoglie l’acqua piovana, osserva la tigre o si lascia sorprendere da ciò che lo circonda. È anche attraverso queste attività che percepiamo la desolazione e la durata estenuante della deriva, fatta di giornate da superare una dopo l’altra.
Per capire fino in fondo il modo in cui Ang Lee ha organizzato la struttura del racconto, dobbiamo un attimo capire in che modo abbia costruito il film, a cominciare dalla sua struttura. La storia si apre nel presente, con Pi ormai adulto (interpretato da Irrfan Khan) che racconta la propria esperienza a uno scrittore interessato alla sua incredibile vicenda. A partire da questa conversazione, il film si trasforma in una serie di lunghi flashback attraverso i quali ripercorriamo l’infanzia del protagonista, il naufragio e i successivi 227 giorni nell’oceano. La regia alterna così passato e presente, tornando periodicamente alla conversazione tra Pi adulto e lo scrittore, durante la quale il protagonista aggiunge dettagli e riflessioni sulla propria esperienza, prima di riprendere il racconto del viaggio. Una scelta molto importante, perché sottolinea come tutto ciò a cui assistiamo sia filtrato attraverso il punto di vista di chi ha vissuto quell’esperienza e ha avuto molti anni per rielaborarla, modificarla e, perché no, ingigantirla? A questo si aggiunge il montaggio di Tim Squyres, che comprime oltre sette mesi di sopravvivenza selezionando gli episodi più significativi e utilizzando passaggi temporali molto fluidi che ci permettono di seguire l’evoluzione del protagonista. La struttura assume poi un’importanza ancora maggiore nel finale, ma qui non andiamo oltre…
Anche sul piano visivo, Ang Lee compie scelte immediatamente riconoscibili. I campi lunghissimi riducono la scialuppa a un punto nell’immensità dell’oceano e sottolineano l’isolamento e la vulnerabilità di Pi, mentre la macchina da presa si avvicina quando c’è da mostrare i dettagli della difficile convivenza con Richard Parker. Le composizioni simmetriche e i riflessi sull’acqua fondono cielo e mare in un unico spazio infinito, dalle immagini quasi surreali. Ma l’effetto non è soltanto estetico: l’acqua si offre come immagine della vita e delle emozioni, il cielo come rimando al divino e a ciò che eccede la nostra comprensione, e la loro fusione rende percepibile la dimensione religiosa del viaggio. Il 3D, infine, accentua la profondità delle inquadrature e ci fa sentire più da vicino la vastità in cui il ragazzo è disperso.
Decisivo è il lavoro del direttore della fotografia Claudio Miranda, che con soluzioni luminose e cromatiche molto diverse ridisegna di continuo l’aspetto del mare: la luce piena del sole, le atmosfere calde dei tramonti, i colori irreali della notte. Il mare diventa a turno minaccioso, quieto, misterioso, e segue lo stato d’animo del protagonista, come un luogo sospeso tra realtà e immaginazione. L’identità visiva è poi rafforzata dal contrasto ricorrente tra il blu dell’oceano e l’arancione della scialuppa e di Richard Parker, che fa risaltare i soggetti anche nelle inquadrature più ampie. Gli effetti digitali completano il quadro intensificando colori, riflessi e condizioni atmosferiche, dando forma e corpo a un oceano che appartiene tanto alla realtà fisica quanto al sogno, o meglio al ricordo: quello che Pi conserva del viaggio.
Tra gli insegnamenti che possiamo ricavare da La vita di Pi, uno dei più interessanti riguarda la capacità di utilizzare luce, colori e composizione delle inquadrature per costruire una precisa atmosfera narrativa. Ang Lee e Claudio Miranda hanno trasformato continuamente l’aspetto dell’oceano, rendendolo a volte minaccioso, altre volte meraviglioso, quasi irreale. Ogni scelta visiva contribuisce a restituire una sensazione precisa, mantenendo una coerenza con il punto di vista del protagonista. Un approccio che possiamo applicare anche a un documentario di viaggio: prima di girare, è importante individuare l’atmosfera che vogliamo trasmettere con le immagini. Una stessa location, ripresa con un campo lunghissimo durante una giornata nuvolosa oppure con dettagli ravvicinati nella luce calda del tramonto, può assumere caratteristiche completamente differenti. Perciò, ragionate sulle atmosfere che volete ottenere con le immagini, non solo alla loro bellezza estetica.
In La vita di Pi, Ang Lee trasforma una distesa d’acqua apparentemente infinita nel teatro di un’avventura che alterna paura, meraviglia e spiritualità, mostrando quanto possa essere straordinario e imprevedibile un viaggio anche quando si è costretti a trascorrerlo su una piccola scialuppa. Ma la profondità a cui ci invita a guardare il film va ben oltre quella dell’oceano: riguarda ciò che si nasconde dietro le esperienze che viviamo, i ricordi che conserviamo e le storie che scegliamo di raccontare. La vita di Pi ci porta a esplorare un mare la cui profondità non si esaurisce in ciò che riusciamo a vedere in superficie. Un po’ come il brano di Lucio Dalla.
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Regia di Ang Lee
Scritto da David Magee
Fotografia di Claudio Miranda
Montaggio di Tim Squyres
Musiche di Mychael Danna
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