A tutti è capitato almeno una volta nella vita. Partire, trovarci dall’altra parte del mondo magari, incontrare una persona mai vista prima e finire a condividere esperienze, racconti e conversazioni che probabilmente non avremmo mai avuto con una persona incontrata tutti i giorni. Magari abbiamo passato una serata insieme in un bar, visitato insieme un monumento o condiviso una piccola parte del nostro viaggio, per poi salutarsi e proseguire nuovamente ognuno per la propria strada. Moltissime di queste conoscenze, infatti, finiscono in concomitanza con il ritorno a casa, non proseguono una volta saliti sull’aereo per far ritorno al quotidiano, ma spesso lasciano impresse nella mente e nel cuore dei ricordi indelebili. Al punto che, diversi anni dopo, basti ripensare a un luogo specifico per ricordare quei precisi momenti, quelle conversazioni e quelle sensazioni. E il motivo è chiaro: durante un viaggio, lontani dalle abitudini, siamo spesso più disponibili ad aprirci con una persona a noi sconosciuta (pensiamo a Roberto in Il sorpasso).
Ma non sempre è così. Sarebbe troppo bello pensare che basti partire, soprattutto durante un periodo complicato della propria vita, per lasciarsi alle spalle preoccupazioni, insoddisfazioni e problemi che ci accompagnano da tempo. Anzi, molte volte accade il contrario: trovarsi in un luogo diverso da quello a cui siamo abituati, lontani dalle persone e dalle attività che normalmente occupano le nostre giornate, può finire per amplificare ulteriormente quei pensieri che cerchiamo di ignorare. Le distrazioni esterne diminuiscono, il tempo per riflettere aumenta e quella distanza geografica che speravamo potesse aiutarci a stare meglio rende più evidente ciò che non funziona nella nostra vita. In questa fase di transizione, se così possiamo definirla, si incontrano quasi per magia (o insonnia) i due personaggi principali del film di cui vogliamo parlare oggi. Due persone agli antipodi della propria vita, Bob e Charlotte, sono i protagonisti di Lost in Translation, film realizzato nel 2003 da Sofia Coppola e disponibile a noleggio su Prime Video.
Bob Harris (Bill Murray) è un attore americano di mezza età, lontano dal periodo aureo della sua carriera, arrivato a Tokyo per girare una pubblicità di una marca di whisky della Suntory. Charlotte (Scarlett Johansson), invece, è una giovane donna da poco laureata che ha accompagnato il marito fotografo durante un viaggio di lavoro in Giappone, ritrovandosi però costantemente da sola mentre lui è impegnato nei set. Entrambi i “turisti” soggiornano al Park Hyatt Tokyo, un lussuoso hotel che guarda dall’alto tutta la città e nel quale trascorrono le giornate tra insonnia, noia e una solitudine crescente. Proprio durante una notte insonne, i loro sguardi si incrociano nel bar dell’hotel dando il via a una conoscenza che in pochi giorni diventerà un legame sempre più profondo. Bob e Charlotte, tra passeggiate, cene e serate karaoke, iniziano a condividere esperienze e pensieri personali, trovando l’uno nell’altra una compagnia capace di farli sentire meno dei pesci fuor d’acqua. Il loro è un rapporto nato per caso, con la consapevolezza di entrambi che sarà destinato a durare solamente per il loro soggiorno nella terra del Sol Levante.
Lost in Translation è uno di quei film in cui il viaggio assume un significato particolare, così come le atmosfere che riesce a restituire. La parabola di Bob e Charlotte ci mostra come trovarsi lontano da casa possa cambiare la percezione che abbiamo di noi stessi, della nostra vita e delle persone che ci circondano, soprattutto quando ci troviamo ad attraversare un momento di difficoltà personale. I due protagonisti, infatti, vivono due fasi opposte della propria esistenza ma al tempo stesso si trovano in un limbo dal quale faticano ad uscire: lei è giovane, ha terminato da poco gli studi e non sa ancora quale direzione prenderà il proprio futuro, anche a causa di un matrimonio nel quale fatica a trovare il sostegno di cui avrebbe bisogno; lui, invece, ha già alle spalle un lungo bagaglio di esperienze, una carriera di successo e una famiglia, ma sembra aver perso l’entusiasmo per molte delle cose che ha costruito nel corso degli anni. Due storie molto diverse, accomunate dalla stessa profonda sensazione di insoddisfazione, si incrociano durante un soggiorno in Giappone che, anziché distrarli dai loro pensieri, li rende più difficili da ignorare. Lo smarrimento che entrambi stanno vivendo li avvicina e permette loro di trovare nell’altro qualcuno disposto ad ascoltare e comprendere le proprie insicurezze, senza aspettative o giudizi di alcun tipo. Il bisogno di essere compresi diventa così la scintilla di un rapporto reso possibile da un viaggio che, al momento del ritorno, avrà assunto un significato del tutto diverso da quello che avrebbero potuto immaginare prima di partire.
A rendere il film così affascinante è naturalmente Tokyo, città che Sofia Coppola ci permette di esplorare attraverso la stessa sensazione di spaesamento provata dai protagonisti. Ci troviamo nella capitale giapponese dei primi anni Duemila, una metropoli fatta di enormi insegne luminose al neon, giganteschi pannelli pubblicitari, strade e incroci affollatissimi, sale arcade, karaoke, ristoranti e grattacieli. Un luogo in cui la modernità sembra dominare ogni aspetto della vita quotidiana, ma che appartiene a un Paese dove continuano a convivere tradizioni e usanze profondamente radicate nella cultura locale (quest’anima emerge soprattutto quando Charlotte decide di fare un’escursione a Kyoto). Quello che ci viene mostrato sullo schermo è un Giappone profondamente filtrato attraverso gli occhi di due visitatori occidentali che non conoscono la lingua e faticano a comprendere ciò che accade intorno a loro. Una prospettiva inevitabilmente parziale del Paese, ma comunque in grado di trasmettere quella combinazione di curiosità, meraviglia e disorientamento che possiamo provare quando ci troviamo in un luogo altro rispetto alla normalità.
Il contrasto tra modernità e tradizione che caratterizza il Giappone è soltanto uno dei tanti strati su cui Sofia Coppola costruisce il proprio racconto. Un altro, ben più centrale per la comprensione del film, riguarda i due protagonisti e il rapporto che instaurano con la città, o più in generale con gli spazi che li circondano. Tokyo, sin dalle prime inquadrature, è chiassosa, piena di luci artificiali, praticamente una macchina pulsante apparentemente instancabile; eppure, Bob e Charlotte la attraversano spesso in silenzio, quasi incapaci di entrare veramente in relazione con ciò che hanno intorno (la confusione, sicuramente, è la cosa che più si porteranno a casa della città). Questa distanza è accentuata dalla barriera linguistica, che li rende estranei a gran parte delle conversazioni e delle situazioni quotidiane, anche quando, come nel caso di Bob, c’è una traduttrice pronta ad andare in suo soccorso. Ma il tema dell’incomunicabilità affrontato dalla regista va ben oltre la semplice questione della lingua, visto che caratterizza anche il progressivo deterioramento dei rapporti tra i protagonisti e i rispettivi partner. Basta pensare alle telefonate di Bob con la moglie e alle conversazioni piuttosto superficiali tra Charlotte e il marito, durante le quali, pur comunicando perfettamente in inglese, sembrano incapaci di esprimere ciò che provano. Perché dall’altra parte non sembra esserci nessuno realmente disposto ad ascoltarli.
La situazione si ribalta quando i due protagonisti si trovano insieme. Bob e Charlotte non sono tipi di mille parole, ma ciò che distingue il loro rapporto è la capacità di comprendersi senza dover necessariamente spiegare ogni pensiero o sentimento. Basta uno sguardo, una battuta scambiata al ristorante oppure un semplice momento trascorso in silenzio l’uno accanto all’altra per percepire la sintonia che si è creata tra loro. È questo paradosso a dare un significato più profondo al titolo del film: i due protagonisti si sentono persi in un Paese di cui non comprendono la lingua, ma è soprattutto nelle loro vite quotidiane che sembrano aver perso la capacità di comunicare con le persone più vicine. A rendere credibile questo rapporto è una sceneggiatura (scritta dalla stessa Coppola e premiata con l’Oscar) capace di raccontare l’evoluzione del legame tra Bob e Charlotte senza ricorrere a grandi colpi di scena, discussioni drammatiche o avvenimenti particolarmente straordinari. La loro conoscenza si sviluppa attraverso una successione di piccoli momenti apparentemente insignificanti: una chiacchierata al bar dell’hotel, una serata in giro per Tokyo oppure una conversazione notturna nella stanza di Charlotte. Quest’ultima scena rappresenta uno dei momenti più significativi dell’intero film, perché i due, sdraiati sul letto, iniziano a parlare delle rispettive vite, del matrimonio, delle aspettative e delle difficoltà che stanno attraversando, alternando domande sincere, risposte piuttosto disilluse e qualche battuta per alleggerire la conversazione.
Non assistiamo mai a una grande confessione in cui i personaggi mettono improvvisamente a nudo tutti i propri sentimenti, ma a uno scambio estremamente spontaneo, simile a quelli che potremmo avere noi stessi con una persona conosciuta durante un viaggio. Ed è questa naturalezza a rendere la loro relazione così coinvolgente: Coppola lascia che il rapporto si sviluppi gradualmente davanti ai nostri occhi, concedendoci il tempo necessario per conoscere i personaggi e comprendere quanto stiano diventando importanti l’uno per l’altra. Una scelta narrativa che dimostra come sia possibile costruire una storia coinvolgente anche attraverso situazioni quotidiane, senza sentire il bisogno di riempire continuamente il racconto di eventi o spiegazioni.
Questa semplicità narrativa si riflette anche nelle scelte registiche, capaci di raccontare gran parte delle emozioni dei protagonisti attraverso le immagini e il modo in cui i personaggi si relazionano con gli spazi circostanti. Il Park Hyatt Tokyo, ad esempio, chiarisce bene questa dinamica: le camere, i corridoi e il bar sono ambienti ordinati, illuminati da luci soffuse e caratterizzati soprattutto da enormi vetrate che permettono di guardare la città dall’alto, mantenendo una certa distanza tra interno ed esterno. Una separazione che ritorna anche in altre sequenze del film, ad esempio quando Charlotte osserva Tokyo attraverso i finestrini dei taxi o quando Bob si riguarda in TV, tutte scene in cui i personaggi sono circondati dai riflessi delle luci e degli edifici che scorrono all’esterno. Le finestre, gli schermi e le superfici vetrate diventano così metafora della difficoltà dell’uomo e della ragazza di sentirsi realmente presenti in un luogo che possono solo osservare, a causa della loro “rotta” condizione interiore.
Non è un caso, a questo proposito, che Charlotte venga ripresa più volte seduta davanti alla finestra della propria camera, intenta a osservare il paesaggio urbano che si estende davanti ai suoi occhi, come a cercare il proprio posto in quel mondo così distante dal suo. A questi ambienti chiusi si contrappongono poi le strade ben più dinamiche di Tokyo, protagoniste soprattutto quando i due iniziano ad avventurarsi nella vita notturna della città. L’albergo e la metropoli diventano così due mondi visivamente distinti, che Coppola utilizza per accompagnare l’evoluzione della storia e dei suoi protagonisti.
Se gli spazi ci dicono come si sentono Bob e Charlotte, è la macchina da presa a farci vivere il loro viaggio. Sofia Coppola, insieme al direttore della fotografia Lance Acord, sceglie di raccontare Tokyo conservando il più possibile la spontaneità e l’imprevedibilità della vita quotidiana, come se seguisse i protagonisti alla scoperta della città. Per riuscirci, molte delle scene ambientate nelle strade vengono realizzate con una troupe relativamente ridotta e un’attrezzatura abbastanza compatta da permettere di muoversi liberamente tra la folla, ricorrendo in diverse occasioni alla camera a mano (da notare anche quando ruota intorno ai protagonisti a simulare un abbraccio) e sfruttando le fonti luminose già presenti negli ambienti. In questo modo, la regista lascia che siano anche i passanti, il traffico e le situazioni che si verificano spontaneamente a contribuire alle immagini, permettendo alla città di conservare una propria identità che vive indipendentemente dalla presenza dei protagonisti. È un approccio tendente al documentario che restituisce quella sensazione di straniamento nel momento in cui ci troviamo in un luogo sconosciuto e così caotico.
Un film come Lost in Translation è un’ottima lezione che dimostra come un viaggio non necessiti di grandi eventi per essere raccontato, ma di due personaggi talmente “veri” da racchiudere tutta la forza del film nel loro rapporto. L’accesso ai personaggi, in questo caso, è ciò che colpisce di più, perché Sofia Coppola concede loro tutto il tempo necessario per “abbassare la guardia” e permette allo spettatore di entrare in sintonia con loro, senza forzarne l’intimità e senza nemmeno mostrarla in maniera didascalica. Un insegnamento particolarmente importante se nei vostri progetti intendete concentrarvi soprattutto sulle persone incontrate: non sempre è necessario porre domande profonde o cercare di ottenere confessioni davanti alla videocamera. A volte è una conversazione apparentemente banale, un gesto spontaneo, a raccontare una sensazione o il tema che volete far emergere.
In fondo, ci sono incontri che durano pochi giorni, a volte soltanto qualche ora, e che finiscono per accompagnarci molto più a lungo di quanto avremmo immaginato. Perché in quel preciso momento ci hanno permesso di guardare le cose da una prospettiva diversa. Lost in Translation continua a lasciare alla fine di ogni visione quella sensazione dolceamara che sotto sotto amiamo dei viaggi, quando torniamo alla nostra quotidianità consapevoli che certe emozioni e persone rimarranno per sempre legate a un ricordo. Ma forse è proprio questa sua natura temporanea a renderlo così prezioso.
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Regia di Sofia Coppola
Scritto da Sofia Coppola
Fotografia di Lance Acord
Montaggio di Sarah Flack
Musiche di Kevin Shields
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