Troppo spesso ce ne accorgiamo quando rischiamo di perderle. La salute, la libertà, il tempo e persino le persone che ci circondano sono tutte cose che, per quanto fondamentali nella nostra vita, tendiamo a dare per scontate. Viviamo le nostre giornate convinti di avere sempre abbastanza tempo per fare tutto quello che desideriamo, rimandando magari un viaggio che sogniamo da anni a data da destinarsi, un’esperienza che vorremmo provare al weekend successivo, oppure una decisione importante che continuiamo a posticipare per paura, aspettando il momento giusto. Eppure, per quanto possa sembrare scontato e retorico dirlo, nessuno di noi sa veramente quanto tempo ha ancora davanti a sé. Per questo, molte volte, servono degli “schiaffi” dalla vita per darci una svegliata e prendere in mano la nostra vita: una notizia improvvisa, un imprevisto o un cambiamento delle nostre condizioni di vita. È quando veniamo messi veramente alle strette che ci rendiamo conto di quanto siano fragili tutte quelle certezze su cui abbiamo costruito la nostra quotidianità, portando a interrogarci su ciò che abbiamo fatto, sulle occasioni che ci siamo lasciati sfuggire e, soprattutto, su quelle che vorremmo ancora vivere.
Era il 1986 quando Rob Reiner portava nei cinema uno di quei film destinato a segnare un’intera generazione: Stand By Me - Ricordo di un’estate. La storia di 4 ragazzini che decidono di mettersi in marcia alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo nei boschi dell’Oregon. Un’avventura che nasconde tra le rotaie del treno attraversate una riflessione molto più profonda sull’amicizia, sulla crescita e sul momento della vita in cui si affronta la fine dell’infanzia. Ventuno anni dopo questo capolavoro, il regista torna a raccontare un viaggio, seguendo questa volta due protagonisti che si trovano all’opposto rispetto ai ragazzini dell’86, visto che si tratta di due uomini anziani ormai consapevoli di aver poco tempo davanti a sé. Molto curiosa è la contrapposizione tra le due storie: se i quattro giovani protagonisti di Stand By Me partirono alla “ricerca della morte” per scoprire molto di più sulla vita, i protagonisti del film del 2007 si mettono in viaggio proprio alla ricerca della vitalità, perché sanno di essere sempre più vicini alla morte. Due storie, quindi, apparentemente molto diverse, accomunate però dalla capacità del viaggio e dell’amicizia di cambiare profondamente il modo di guardare alla propria esistenza.
Se non lo avete ancora capito (facciamo finta che non avete letto il titolo), oggi vi parliamo di Non è mai troppo tardi (titolo originale: The Bucket List), commedia drammatica interpretata da due mostri sacri come Jack Nicholson e Morgan Freeman che potete trovare in streaming su Netflix. I due vestono rispettivamente i panni di Edward Cole, ricchissimo imprenditore dal carattere cinico e abituato a ottenere sempre tutto ciò che vuole, e Carter Chambers, un meccanico colto e profondamente riflessivo che ha trascorso gran parte della propria vita a lavorare per sostenere la famiglia. Due uomini completamente diversi senza aver nulla in comune, fino a quando una diagnosi di cancro li porta a condividere la stessa stanza d’ospedale. Quando i due scoprono di avere massimo 6 mesi/1 anno di vita, decidono di dare una svolta al tempo che rimane loro e di realizzare una “lista del capolinea” (bucket list) da esaudire prima di morire. Grazie al grande patrimonio di Edward, i due “sconosciuti” partono per un viaggio in giro per il mondo, tra esperienze estreme, luoghi straordinari e avventure che fino a quel momento erano rimaste soltanto dei sogni nel cassetto.
Consigliamo Non è mai troppo tardi proprio per il significato assunto dal viaggio all’interno della storia visto che, per quanto possa essere fuori dalle righe nella normalità di tutti i giorni, assume un significato molto profondo per chiunque guardi il film. Siamo abituati, infatti, a considerare la partenza come un’occasione per staccare dalla quotidianità, scoprire luoghi sconosciuti, conoscere nuove culture. Per Edward e Carter, però, il viaggio rappresenta qualcosa di ancora più importante: la possibilità di riprendere in mano la propria vita, nel momento in cui la stessa sembra scivolare via. Entrambi hanno trascorso decenni seguendo strade molto diverse, prendendo decisioni opposte, costruendo relazioni e rinunciando inevitabilmente a una parte dei propri sogni. La diagnosi ricevuta in ospedale li costringe a confrontarsi con tutto ciò che hanno rimandato e, soprattutto, con la consapevolezza di avere ormai pochissimo tempo per rimediare alle decisioni prese in passato. Viaggiare, lasciarsi trasportare dall’avventura, diventa così un modo per interrompere, almeno temporaneamente e fin quando ne hanno la possibilità, quella condizione di impotenza che la malattia ha imposto loro. È la possibilità di tornare a scegliere, forse per l’ultima volta, come trascorrere le proprie giornate.
C’è anche un altro aspetto che rende interessante il senso del viaggio compiuto dai due protagonisti. All’inizio del film, la lista dei desideri stilata da Edward e Carter comprende soprattutto esperienze per loro fuori dal comune, come lanciarsi con il paracadute, farsi un tatuaggio, guidare automobili sportive su un circuito o visitare alcuni dei luoghi più spettacolari del pianeta. Tutte attività che, almeno sulla carta, sembrano rappresentare il massimo della libertà e dell’avventura per chiunque. Il sogno di tutti noi viaggiatori. Con il passare del tempo, però, le conversazioni tra i due protagonisti (seguendo, ovviamente, l’evoluzione del loro rapporto) iniziano a spostarsi su questioni ben più personali: i rapporti con le rispettive famiglie, le scelte fatte nel corso degli anni unite alle loro conseguenze, le occasioni perdute per strada e ciò che li rende veramente felici. Ma anche ciò che hanno lasciato per strada nel corso degli anni. Il viaggio offre così loro la possibilità di guardare alla propria esistenza da una prospettiva completamente differente, lontana dalle abitudini e dalle responsabilità che fino a quel momento avevano scandito le loro giornate. E ci ricorda quanto allontanarsi fisicamente dalla propria quotidianità possa avere un ruolo “curativo” nell’osservare con maggiore lucidità la vita di tutti i giorni. Le persone di tutti i giorni. I rapporti di tutti i giorni (o quelli che vorremmo avere).
Ma oltre a questo, perché il film funziona così bene? Parte del merito va sicuramente alla capacità di Rob Reiner di affrontare un argomento estremamente delicato come la morte attraverso un registro in grado di saltare continuamente tra momenti di grande leggerezza ad altri decisamente più drammatici e riflessivi. Sarebbe stato piuttosto semplice trasformare la storia di due malati terminali in un racconto dominato dalla sofferenza e dalla tristezza, mentre il regista sceglie di lasciare ampio spazio all’ironia, alle situazioni paradossali e a quella voglia di vivere che caratterizza gran parte di questa pazza avventura. L’equilibrio tra i due registri permette allo spettatore di affezionarsi progressivamente ai protagonisti, a scalfire la corazza esteriore di Edward e quella interiore di Carter, ridendo delle loro provocazioni continue e delle situazioni in cui si ritrovano, senza dimenticare la condizione che li ha spinti a partire (il che, sicuramente, rende il tutto più dolce e anche malinconico). Certo, in alcuni passaggi il film cerca apertamente la commozione, con una componente sentimentale piuttosto marcata, ma riesce comunque a mantenere un tono coinvolgente e accessibile a chiunque (vi avvisiamo che nel finale potrebbe scappare qualche lacrima).
A rendere tutto ciò possibile, e sembra anche inutile dirlo, sono soprattutto le interpretazioni di Jack Nicholson e Morgan Freeman, il vero punto di forza della pellicola. I due attori riescono a dare vita a personaggi profondamente differenti, sia per estrazione sociale sia per modo di affrontare la vita: Edward è impulsivo, sarcastico, spesso arrogante dall’alto della sua potenza economica, mentre Carter è pacato, riflessivo e abituato a mettere le esigenze degli altri davanti alle proprie. Più diversi di così, diciamo, non si può. Le loro differenze alimentano discussioni e provocazioni, costruendo un rapporto che evolve progressivamente nel corso del viaggio. Ma la cosa interessante è che, nonostante le enormi possibilità economiche di Edward e l’esperienza di vita completamente diversa di Carter, nessuno dei due tiene in pugno tutte le risposte che stanno cercando. Ciascuno dei due insegna qualcosa all’altro e, attraverso un’amicizia nata per caso su due letti d’ospedale, iniziano a mettere in discussione alcune delle convinzioni che li hanno accompagnati per tutta la vita. Un rapporto che rappresenta il vero cuore emotivo del film, enfatizzato dall’uso prolungato di primi piani sui loro volti, sulle loro emozioni e reazioni alle affermazioni del rispettivo compagno d’avventura.
Dal punto di vista della costruzione cinematografica, c’è una scelta piuttosto evidente che Rob Reiner utilizza per accompagnare il cambiamento vissuto dai protagonisti. Oltre alle molte inquadrature che stringono su di loro, un elemento che domina il film è il contrasto tra gli ambienti in cui si sviluppano le due parti in cui è (idealmente) divisa la storia. Nella prima metà del film ci troviamo praticamente confinati all’interno dell’ospedale, tra camere, corridoi, letti e macchinari medici che scandiscono le giornate di Edward e Carter. Sono ambienti chiusi, nei quali i due uomini hanno pochissima possibilità di movimento e devono sottostare continuamente a visite, terapie e decisioni prese da altre persone. Una sensazione claustrofobica, data anche dalla divertentissima intolleranza di Edward nei confronti dell’ambiente chiuso che lui stesso ha costruito (essendo il proprietario dell’ospedale). Il cambio di registro, ovviamente, arriva quando i due decidono finalmente di partire: all’allargarsi degli spazi, anche le inquadrature iniziano a respirare, proprio come se anche lo spettatore iniziasse veramente a viaggiare. I protagonisti tornano a muoversi liberamente e allo stesso modo la macchina da presa può finalmente mostrarci paesaggi e ambienti che fino a quel momento sembravano appartenere a un mondo apparentemente irraggiungibile.
Da un punto di vista visivo, il viaggio permette allo spettatore di attraversare luoghi splendidi della Terra: il safari in Africa, le piramidi del Cairo, il Taj Mahal in India, la Grande Muraglia cinese e i pendii dell’Himalaya. La fotografia, affidata a John Schwartzman, valorizza la dimensione spettacolare di queste destinazioni (sarebbe impossibile non farlo), ma lo fa attraverso una particolarità interessante rispetto ad altri film che abbiamo incontrato: per quanto i luoghi siano meravigliosi, la loro conoscenza rimane piuttosto superficiale. Non ci vengono raccontate le culture, le tradizioni o la quotidianità delle popolazioni che li abitano, fattori che in altri titoli potrebbero rappresentare dei difetti. Qui, invece, questa scelta centra il punto su cui si concentra la narrazione, perché il film si interessa principalmente al significato che l’esperienza ha sui protagonisti piuttosto che sui luoghi visitati. Le destinazioni diventano una sorta di cornice all’interno della quale Edward e Carter possono fare il tornaconto della propria vita. Per cui, se molto spesso la componente spettacolare dei luoghi visitati domina moltissimi travel film, in questo caso l’attenzione è per lo più concentrata sul ruolo che questi hanno nel percorso umano che stanno realizzando.
Anche il montaggio contribuisce a questa impostazione, passando rapidamente da un’esperienza all’altra e alternando sequenze più movimentate, come il lancio con il paracadute o le corse automobilistiche, a momenti decisamente più tranquilli, nei quali i due uomini si fermano a parlare… magari seduti in un ristorante di lusso a parlare di caviale! Ma è sempre il montaggio, del resto, a insegnare qualcosa di molto concreto su come si costruisce un racconto di viaggio. Edward e Carter partono con un itinerario deciso a tavolino, eppure a restare non sono le voci spuntate, ma soprattutto quello che accade tra una tappa e l’altra: le conversazioni sulla famiglia, i rimpianti, il momento in cui la lista smette di bastare. Per chi come noi realizza video e documentari di viaggio la lezione è soprattutto di organizzazione del lavoro: le tappe vanno pianificate, ma il vero materiale sono i trasferimenti, le attese, le cene, tutti quei momenti poco spettacolari che su un’agenda non sembrano scene. Senza di essi si rischia di tornare a casa con venti sequenze bellissime e nessun passaggio che le tenga insieme.
Alla fine, viene quasi spontaneo chiedersi cosa inseriremmo nella nostra personale bucket list. Un viaggio dall’altra parte del mondo? Un’esperienza che ci spaventa da sempre? Oppure qualcosa di più semplice che continuiamo a rimandare? Probabilmente, ognuno di noi avrebbe risposte completamente diverse, proprio come Edward e Carter. Eppure, per quanto possa essere lunga la nostra lista, ciò che conta davvero potrebbe essere qualcosa che difficilmente riusciremmo a scrivere su un foglio di carta. La gioia che siamo riusciti a trovare nelle esperienze vissute, quella che abbiamo condiviso con le persone incontrate lungo il cammino e quella che siamo stati capaci di lasciare nella vita degli altri. Perché, quando arriverà il momento di guardarci indietro, il valore della nostra esistenza potrebbe dipendere molto meno dal numero di desideri realizzati rispetto a quanto siamo riusciti a dare e ricevere durante il percorso. E allora, magari, iniziamo pure a scrivere quella benedetta bucket list, senza aspettare né uno di quegli “schiaffi” della vita di cui parlavamo all’inizio né il capolinea per iniziare a spuntarla. Ricordandoci, però, che le cose più importanti spesso non sono delle attività da spuntare.
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Regia di Rob Reiner
Scritto da Justin Zackham
Fotografia di John Schwartzman
Montaggio di Robert Leighton
Musiche di Marc Shaiman
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