Pensate al surf. Una delle attività sportive più liberatorie e a contatto con la natura che possiamo fare.Oltre a essere visivamente spettacolare osservare persone letteralmente fluttuare e danzare con le onde del mare, spesso tendiamo ad associarlo a un immaginario ben specifico, fatto di spiagge da sogno, sole che spacca le pietre, acque tropicali e una libertà assoluta. Ma questo è soltanto uno dei volti di questo meraviglioso sport, perché si tratta di una disciplina praticabile anche in luoghi ben più diversi e spettacolari, dove persino raggiungere le onde diventa un’avventura in tutto e per tutto. Immaginate di sostituire le palme con montagne ricoperte di neve, le spiagge dorate con coste rocciose e le calde acque con un oceano gelido, dove anche soltanto entrare in acqua richiede una buona dose di coraggio. Sembra uno scenario poco invitante per una giornata di surf, vero? Eppure, per alcuni surfisti, è proprio questo il fascino dell’esplorazione: raggiungere luoghi remoti, affrontare condizioni climatiche tutt’altro che favorevoli e scoprire onde che pochissime persone hanno avuto la possibilità di cavalcare.
È una ricerca che ci porta direttamente tra i fiordi e le coste selvagge dell’Islanda, protagonisti di Under An Arctic Sky, documentario del 2017 diretto da Chris Burkard. otografo d’avventura e filmmaker, nel corso della sua carriera ha sviluppato una grande passione nei confronti delle regioni più fredde, spettacolari e al tempo stesso remote del pianeta. Un interesse viscerale, che lo ha portato a cercare onde in luoghi in cui la presenza umana è spesso limitata e le condizioni climatiche possono stravolgere in pochi secondi i piani di viaggio. Insieme al filmmaker Ben Weiland (sceneggiatore e responsabile della fotografia) e a un gruppo di sei surfisti professionisti, Burkard decide di organizzare una spedizione in Islanda con l’obiettivo di raggiungere via mare la riserva naturale di Hornstrandir e trovare delle onde “da cavalcare” ancora poco conosciute, sfruttando le grandi mareggiate che raggiungono l’isola nel periodo invernale. Ma in ambienti così estremi, si sa, i calcoli possono essere stravolti immediatamente: una tempesta violentissima investe l’Islanda, costringendo i viaggiatori ad abbandonare il programma originario e a trovare una soluzione alternativa. A venirne fuori è un’avventura ricca di imprevisti, fatta di strade sommerse dalla neve, condizioni meteorologiche al limite e la costante incertezza di raggiungere l’obiettivo prefissato.
Non potete perdervi questa vera gemma, innanzitutto per una questione di tempo: dura solo 40 minuti, il tempo di una pausa pranzo, di un breve viaggio sui mezzi pubblici. Perciò, non ci sono scuse. Oltre a questo, visto che il tempo per vedere prodotti di qualità in qualche modo si trova sempre, consigliamo Under An Arctic Sky per il modo in cui racconta una delle motivazioni che spinge l’uomo a viaggiare continuamente: la curiosità nei confronti di qualcosa che ancora non conosciamo. Per tutta la troupe e gli “avventurieri”, il surf va ben oltre la sua dimensione sportiva, trasformandosi in una ragione per mettersi in viaggio, esplorare territori lontani dai percorsi battuti dalla maggior parte delle persone e scoprire cosa si nasconde lungo coste ancora poco conosciute. Un desiderio che emerge fin dalle prime sequenze, quando Burkard racconta le imprese dei pionieri del surf in acque fredde, che partivano alla ricerca di nuove onde senza nemmeno sapere se le avrebbero trovate. Una curiosità che, in fondo, accomuna tantissimi viaggiatori.
Under An Arctic Sky trasforma quella che sembrerebbe all’apparenza una semplice spedizione sportiva in un vero racconto d’avventura, in grado di coinvolgere moltissimo anche chi di surf non è particolarmente interessato o “ferrato”. La capacità di questo mini-documentario sta nel coinvolgere lo spettatore non tanto attraverso ciò che i protagonisti riescono a realizzare, quanto attraverso l’incertezza che accompagna l’intera esperienza. Fin dall’inizio, il documentario presenta i suoi protagonisti intenti a perseguire un obiettivo ben preciso, il cui raggiungimento si rivela progressivamente sempre più incerto, alimentando nello spettatore il dubbio sulla loro effettiva possibilità di raggiungere le onde desiderate. Per trattare questo inconveniente (che non è roba da poco, ma una delle tempeste più potenti degli ultimi anni), il film decide di mettere in primo piano proprio le conseguenze causate da questo disagio: le difficoltà a muoversi, i tentativi falliti e i continui cambi di programma non vengono eliminati, altresì diventano gli elementi che danno direzione e dinamismo al racconto. Ciò che tiene viva l’attenzione è il percorso necessario a realizzare la “surfata”, l’attività in sé e per sé crea meraviglia.
C’è un altro elemento all’interno della narrazione che contribuisce a rendere davvero godibile il documentario, vale a dire la capacità di far percepire allo spettatore l’esperienza vissuta dai protagonisti, senza ridurla alla semplice successione di imprese e immagini spettacolari. Accanto all’adrenalina delle sessioni di surf, viene lasciato spazio ai momenti di attesa, alla stanchezza (più che giustificata), alle reazioni spontanee dei membri della spedizione e a tutte quelle situazioni quotidiane che restituiscono la fatica e la dimensione umana dell’impresa. Si tratta di piccoli dettagli che, se per alcuni possono risultare insignificanti, permettono di avvicinarsi al gruppo e di comprendere quanto lavoro si celi dietro spedizioni e immagini che, viste nella loro singolarità, potrebbero apparire quasi uscite da un altro mondo. Ovviamente, la bellezza dei paesaggi islandesi è impossibile da ignorare (protagonisti anche del documentario Iceland - You Think You’re Alone della Travel Film School), ma la capacità di Burkard sta nel mettere in equilibrio la resa estetica e la dimensione più concreta e “cruda” del viaggio. E questo è anche molto utile quando arrivano i momenti più emozionati, accrescendo ancora di più il loro impatto proprio perché abbiamo avuto modo di conoscere tutto ciò che li ha preceduti.
La costruzione del documentario adotta una struttura narrativa piuttosto semplice e lineare che segue l’andamento cronologico degli eventi. Una scelta che valorizza soprattutto il ruolo del montaggio, un elemento fondamentale che qui alterna sequenze molto diverse tra loro, ma senza spezzare la continuità della storia. I momenti più dinamici (sessioni di surf, spostamenti di gruppo) vengono spezzati da sequenze decisamente più contemplative, nelle quali la macchina da presa si sofferma sulle onde in slow motion, sul paesaggio immenso o sui protagonisti nei momenti di sosta. Un’alternanza che dà respiro al documentario, evitando il rischio di condensare in 40 minuti una serie slegata di immagini accomunate solo dall’alto tasso estetico. Anche la voce narrante di Burkard si unisce a questo dualismo di fondo, accompagnando da un lato alcune parti del racconto e dall’altro offrendo il proprio punto di vista sull’esperienza vissuta.
Elemento fondamentale di tutta la costruzione è poi, senza alcun dubbio, la fotografia, uno degli aspetti più riconoscibili dell’intero documentario. Frutto sicuramente della sua formazione come fotografo d’avventura, la regia di Burkard, unita al lavoro del direttore della fotografia Ben Weiland, racconta perfettamente il rapporto tra gli esseri umani e gli ambienti naturali in cui sono immersi. Una delle scelte più evidenti è l’utilizzo di campi lunghi e lunghissimi che mostrano l’immensità magica dell’isola e delle sue coste, nonché dell’oceano e delle montagne. In queste composizioni naturali vengono poi inseriti i protagonisti del viaggio, tanto minuscoli da rendere difficile anche la loro presenza nel gigantesco spazio che li circonda. Oltre a valorizzare i panorami mozzafiato dell’isola, questa è una scelta ben pensata: il rapporto di scala tra soggetti e luoghi, tra uomo e natura, comunica quanto la potenza dell’essere umano sia decisamente ricalibrata rispetto a quella della natura. A queste inquadrature ampie si intervallano (seguendo il lavoro fatto dal montaggio) poi quelle più ravvicinate sui protagonisti, sulla loro fatica e sulla meraviglia dello spettacolo che si presenta davanti a loro. In questa maniera, viene a crearsi un dialogo continuo tra la grandiosità degli spazi e la presenza di chi ci mette piede.
La fotografia, però, si distingue anche per come sfrutta le particolari e splendide condizioni di luce che offre l’inverno islandese. Per gran parte del documentario siamo immersi in paesaggi dominati dalle tonalità fredde, tra il blu notte dell’oceano, il grigio del cielo e il bianco della neve che tappezza l’ambiente. La luce naturale, disponibile per pochissime ore nel corso della giornata, restituisce un’atmosfera quasi surreale che rende ancor più suggestive le immagini mostrate. All’interno di questa tavolozza di colori appare proprio lei, la regina di ogni viaggio nel nord del pianeta: con tutta la sua immensità, l’aurora boreale compare in cielo con una forza visiva straordinaria. Il suo verde luminoso attraversa il cielo della notte e rompe la predominanza dei colori freddi, regalando al film alcune delle immagini che più lasciano a bocca aperta lo spettatore. Ovviamente, realizzare queste riprese non è stato affatto semplice. La troupe ha utilizzato principalmente delle Sony A7S II, particolarmente adatte alle riprese in condizioni di scarsa luminosità, abbinate anche a un obiettivo 35 mm f/1.4. Per riuscire a riprendere i surfisti durante la notte, inoltre, Burkard ha raccontato di aver utilizzato una potente torcia che inizialmente era stata portata per illuminare alcune scene di guida. Posizionata sulla spiaggia, questa luce ha permesso di rendere visibili le onde e creare il contrasto necessario per distinguere i surfisti nell’oscurità. Una soluzione tanto semplice quanto ingegnosa, che dimostra come dietro immagini apparentemente impossibili ci siano spesso capacità tecniche e una buona dose di inventiva.
A completare il documentario è la musica, uno degli elementi che ne definiscono l’identità. La colonna sonora originale, sulla quale hanno lavorato i compositori Julian Cisneros e Josh Good, combina suoni elettronici, sintetizzatori e arrangiamenti orchestrali in un accompagnamento che cambia insieme al racconto. Nei momenti più contemplativi amplifica il senso di spazio infinito e di isolamento, mentre nelle sequenze più movimentate acquista intensità. Verso il finale le sonorità elettroniche si intrecciano con un crescendo orchestrale che rende ancora più suggestive le riprese dei surfisti sospesi tra le onde sotto l’aurora boreale. È una scelta che funziona perché le immagini reggono il peso della musica, ed è difficile immaginare quelle sequenze senza. Va però notato che la colonna sonora è molto presente e molto “costruita”: a tratti questa combinazione tra immagini estremamente curate e musica insistita richiama il linguaggio dei video dedicati all’avventura e agli sport outdoor, e in quei momenti è il montaggio sonoro a suggerire l’emozione più di quanto lo faccia ciò che accade in scena. Non è un difetto che incrina il film, che nell’insieme mantiene una propria coerenza con il suo carattere spettacolare e immersivo, ma è il punto in cui la spettacolarità si fa più dichiarata e il racconto meno trattenuto.
Se c’è un insegnamento pratico che possiamo portarci a casa da Under An Arctic Sky, riguarda l’importanza di non concentrarsi esclusivamente sulle immagini più spettacolari quando realizziamo un video di viaggio. Uno degli errori più comuni, infatti, è quello di accendere la videocamera soltanto davanti a un panorama mozzafiato o durante un’attività particolarmente emozionante, dimenticandoci di tutto ciò che avviene prima, durante e dopo. Il documentario di oggi mostra quanto sia importante raccogliere immagini apparentemente secondarie, come preparativi, spostamenti, conversazioni di tutti i giorni, reazioni e tutti quei gesti che, una volta arrivati al montaggio, possono diventare fondamentali per costruire una sequenza completa. Un consiglio concreto: pensate a ogni esperienza lungo il viaggio come a una piccola scena da raccontare, cercando di evidenziare non solo l’azione principale, ma anche il contesto in cui avviene. Sono proprio le immagini di raccordo a tenere in piedi un racconto comprensibile e coinvolgente, anziché ritrovarci con una raccolta di bellissime riprese che fatichiamo a collegare tra loro.
Siamo partiti dalle spiagge tropicali, dal sole e dalle acque cristalline, e ci ritroviamo a migliaia di chilometri di distanza, tra montagne innevate, onde gelide e cieli illuminati dall’aurora boreale. Due mondi apparentemente opposti, eppure uniti dalla stessa passione per il mare e per quella sensazione di libertà che soltanto certe esperienze riescono a regalare. Under An Arctic Sky ci mostra un lato del surf che raramente siamo abituati a immaginare, ricordandoci quanto possano essere diverse le forme attraverso cui vivere qualcosa che amiamo.
Regia di Chris Burkard
Scritto da Chris Burkard, Ben Weiland
Fotografia di Ben Weiland
Montaggio di Ryan Espinosa, David Phelps
Musiche di Julian Cisneros, Josh Good
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