Ma chi me lo ha fatto fare? A chiunque abbia affrontato nella vita un lungo cammino o un trekking in montagna sarà capitato di fermarsi a prendere fiato e auto-porsi questa domanda. Le gambe pesano, i piedi sono distrutti da scarpe che, con il passare dei chilometri, sembrano per lo più degli enormi macigni da buttare via, lo zaino sembra sempre più pesante e insopportabile da tenere sulle spalle e la meta appare lontana come un miraggio. Eppure, la maggior parte di noi esploratori e viaggiatori trova la forza di continuare proprio nei momenti in cui le difficoltà sono maggiori e mollare apparirebbe come la soluzione più comoda. Questo perché è durante la crisi, fisica e mentale, che viene veramente messo alla prova il motivo dietro la partenza e può emergere qualcosa che, in condizioni più “agiate”, sarebbe rimasto nascosto.
Da un urlo straziante e dal lancio in un dirupo degli scarponcini prende il via Wild, film realizzato nel 2014 dal compianto regista canadese Jean-Marc Vallée. Tratto dall’omonimo memoir autobiografico di Cheryl Strayed, qui interpretata da Reese Witherspoon (affiancata da un’incredibile Laura Dern), il film mette ovviamente il viaggio in solitaria al centro del racconto, ma lo fa privandolo completamente della componente di piacevole libertà spesso associata al genere travel. Il motivo è chiaro: camminare per oltre 1600 km è doloroso, trascorrere 94 giorni affrontando in solitaria il PCT è difficile e continuare ad andare avanti senza che nessuno ci spinga o faccia “il tifo” per noi è una sfida enorme. Candidato a due premi Oscar (per la migliore attrice protagonista e per la migliore attrice non protagonista), se non lo avete ancora visto potete recuperarlo su Disney+, mentre lo trovate a noleggio anche su altre piattaforme. Ma quindi, di che parla il film?
Al centro della storia troviamo Cheryl Strayed, una donna che, dopo un periodo particolarmente difficile della propria vita, decide di partire da sola per affrontare una lunga porzione del Pacific Crest Trail. Senza essere un’escursionista esperta e senza una preparazione adeguata, si ritrova così a camminare per circa tre mesi attraverso deserti, montagne e foreste, facendo i conti con stanchezza, solitudine, difficoltà pratiche e incontri occasionali lungo il percorso. Mentre avanza giorno dopo giorno, iniziano a riaffiorare frammenti del suo passato che ci aiutano in maniera progressiva a capire perché abbia scelto quel viaggio per provare a redimersi.
Il movimento in avanti, molto faticoso e a rilento soprattutto nella prima parte del viaggio, è ostacolato dai continui frammenti di passato che riaffiorano nella mente di Cheryl mentre procede lungo il cammino. Questi flashback, molto ben utilizzati (come vedremo dopo), permettono di capire gradualmente le motivazioni che l’hanno spinta a compiere volontariamente una prova così estenuante. Al centro dei suoi pensieri c’è il ricordo della madre Bobbi e della sua morte, avvenuta quando la protagonista aveva solo 22 anni: un dolore che Cheryl non è stata in grado di affrontare e che negli anni successivi l’ha portata a perdere il controllo della propria vita, tra eroina e continui tradimenti al marito. Ci metterà quattro anni a prendere la decisione di provare a riprendere in mano la propria vita, partendo per affrontare il PCT come un vero e proprio percorso fisico e interiore di redenzione.
Già, perché il suo viaggio sembra assumere i contorni di una vera e propria espiazione dei propri peccati, motivo per cui vi consigliamo di vedere questo film. Cheryl ha fatto soffrire le persone che aveva intorno mentre si stava autodistruggendo e continua a essere schiacciata dai sensi di colpa per ciò che è diventata dopo la morte della madre, oltre che per il modo in cui si comportava con lei quando era ancora in vita. La scelta di camminare rappresenta quindi un ultimo gesto disperato per “rimettersi sulla strada della bellezza”, provando a trasformare quel dolore in qualcos’altro e a ritrovare una direzione per il futuro.
Il riferimento, il faro in mezzo alla foresta selvaggia, rimane ancora una volta la madre che, nonostante una vita segnata da un marito alcolizzato e violento, è riuscita a non lasciarsi dominare dal rimpianto e a prendere la vita, o almeno a provare a farlo, con il sorriso. È una prospettiva che Cheryl riesce ad assumere solo gradualmente nei confronti della propria storia: gli errori commessi non possono essere cancellati, così come non può cambiare quello che le è successo, ma può accettarli come esperienze che l’hanno portata fino a quel punto. Il viaggio comincia allora a perdere quella componente quasi punitiva che sembrava avere all’inizio, lasciando spazio alla possibilità di guardare il proprio passato senza esserne continuamente schiacciata.
La capacità di Vallée all’interno del film è proprio quella di aver trasposto dal punto di vista fisico il dolore provato interiormente da Cheryl. Non è solo l’ambiente circostante a metterla in grande difficoltà, come si vede anche in Tracks, ma è il peso che si porta letteralmente sulle spalle: l’enorme zaino che si porta appresso dall’inizio del viaggio, un vero “mostro”. Basta pensare alla scena in cui tenta di sollevarlo da terra per capire quanto il regista volesse insistere sulla fatica necessaria e sul ruolo che avrebbe avuto nel film. È allora difficile non leggere tutte le cianfrusaglie al suo interno come una rappresentazione di tutto ciò che la protagonista si porta dietro dalla propria vita precedente. Imparare a camminare con lo zaino, a capire cosa le serve veramente e alleggerirlo durante il percorso diventa la materializzazione del cambio di prospettiva di Cheryl verso il proprio passato.
A rendere ancora più d’impatto la forza di questa componente è anche il modo in cui la produzione ha deciso di (non) preparare l’attrice Reese Witherspoon ad affrontare le sfide del viaggio. L’intento di Vallée, infatti, era quello di metterla nelle stesse condizioni di inesperienza del personaggio: lo zaino utilizzato durante le riprese era realmente molto pesante, perché altrimenti non avrebbe restituito sul corpo dell’attrice lo sforzo necessario, mentre alcune azioni più “semplici”, come montare una tenda o utilizzare un fornello da viaggio, non le vennero fatte provare prima. Tutto è naturale e attraverso questa scelta di regia, la componente fisica del viaggio acquista ancora più “peso” e credibilità, facendo percepire allo spettatore quanto sia faticoso e doloroso (ancora ripenso a quell’unghia che si stacca dal piede) per Cheryl continuare a camminare e ad affrontare al tempo stesso il suo passato.
Un passato che comunque non tarda a intralciare il suo percorso, come abbiamo accennato all’inizio. Perché se il corpo di Cheryl procede in avanti, la sua mente compie il movimento opposto, riportandola indietro attraverso ricordi che riaffiorano in maniera improvvisa, come delle allucinazioni, durante il cammino. Qui entra in gioco una delle componenti di regia più interessanti di Wild, vale a dire il modo estremamente studiato in cui viene utilizzato il flashback. Attraverso momenti più lunghi, in cui torniamo effettivamente a vivere alcuni episodi della vita di Cheryl, e immagini molto più rapide che irrompono per pochi istanti nel presente (come fossero dei flussi di coscienza), Vallée ci permette di ricostruire il suo passato seguendo lo stesso processo con cui sembra riaffiorare nella mente della protagonista. All’inizio alcuni volti, gesti e situazioni possono apparire quasi privi di contesto, per poi acquistare progressivamente significato quando il film torna su quegli stessi ricordi e ci concede nuove informazioni. Il passato viene quindi svelato seguendo il procedere del viaggio, creando due movimenti, fisico e mentale, che continuano a incrociarsi.
Inoltre, l’espediente utilizzato per permettere di “tornare al passato” è spesso un elemento secondario, qualcosa di apparentemente banale come una parola, un rumore o una canzone. Sono dei piccoli stimoli presenti lungo il cammino, o durante un viaggio in macchina, a riattivare improvvisamente un ricordo e a permettono di passare dal presente al passato seguendo le associazioni della mente di Cheryl, anziché ricorrere ogni volta a uno stacco netto tra le due linee temporali. La scelta è nella maggior parte dei casi utilizzata in modo molto fluido, restituendo nel film un viaggio continuamente tormentato dai traumi vissuti, facendo convivere sullo stesso percorso ciò che Cheryl sta attraversando fisicamente e tutto quello che continua a riaffiorare nella sua memoria. In questo meccanismo (come detto poche righe sopra) un ruolo centrale è quello del sonoro, utilizzato come parte integrante del racconto e non come semplice accompagnamento alle immagini. Le canzoni, ad esempio, possono comparire inizialmente soltanto attraverso poche note canticchiate da Cheryl o una melodia messa alla radio da degli sconosciuti prima di rivelare il ricordo che le scaturisce. Lo stesso accade con alcune voci e frasi, capaci di sovrapporsi alle immagini senza che sia immediatamente chiaro da quale momento della sua vita provengano. Il lavoro di sound design costruisce così una dimensione sonora estremamente soggettiva, in cui quello che ascoltiamo appartiene spesso alla percezione della protagonista e ci permette di entrare nella sua testa.
Lo spunto “didattico” di Wild riguarda, infine, proprio la capacità di rendere concreto un viaggio interiore, non solo attraverso la fatica del cammino, ma attraverso elementi che ne siano la materializzazione. Qui è lo zaino l’elemento centrale di questa operazione, mentre i flashback sono l’espediente che permette di conoscere veramente il peso che si sta portando (quasi letteralmente) addosso. Se vogliamo raccontare la trasformazione vissuta durante un viaggio, dobbiamo quindi trovare immagini, oggetti e scelte di regia capaci di renderla percepibile allo spettatore.
Alla fine dei 94 giorni, Cheryl si guarda indietro e si rende conto che il vero viaggio era iniziato molto prima: precisamente quattro anni, sette mesi e tre giorni, il tempo trascorso dalla morte della madre, quando la giovane 22enne si era persa in quella che lei stessa definisce wilderness of my grief, una selva del dolore nella quale per anni non era riuscita a trovare una direzione. Il sentiero le permette finalmente di guardarli come parte della vita che l’ha condotta esattamente fino a quel punto. Forse essere uscita dalla propria wilderness significa allora proprio questo: smettere di chiedersi continuamente cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente e accettare la propria vita per quello che è stata.
Regia di Jean-Marc Vallée
Scritto da Nick Hornby
Fotografia di Yves Bélanger
Montaggio di Martin Pensa, Jean-Marc Vallée
Scenografia di John Paini
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